Falchi della comunicazione

By Redazione

novembre 30, 2011 politica

Non più di due settimane fa, su queste pagine, commentavamo con piacere il nuovo stile del neo-premier Mario Monti. Elegante, mai sopra le righe, qualche battuta leggera e comunque sempre utilizzata per sciogliere la tensione presente nell’aria. Insomma, bravo quel Monti lì, il contrario di Silvio, sempre pronto a spararle grosse e pure volgari ad uditori più o meno istituzionali. Addirittura ci eravamo quasi commossi quando Super Mario aveva ringraziato la “paziente” platea dei giornalisti che stavano seguendo la crisi governativa. Ora sono passati 14 giorni, finalmente abbiamo capito chi sono i sottosegretari e viceministri, i ministri dovevano essere dodici e sono diventati diciassette (più lo stesso Monti ad interim all’economia), Monti si è fatto un paio di giri in Europa, incassando il ritorno in Serie A dell’Italia secondo alcuni addetti ai lavori (ma quale Serie A?). Ora però è toccato ai neo-ministri esporsi: con il premier assente, imparate le facce dei nuovi membri del governo, i giornalisti sono partiti decisi all’assalto di coloro i quali cercheranno di manovrare il paese fuori dalla crisi.

Il primo è stato Clini, che si è esposto di sua sponte: viva il nucleare, viva la Tav, il Ponte sullo Stretto è un’opera bellissima dal punto di vista ingegneristico, dobbiamo puntare sulle rinnovabili, bisogna andare oltre Kyoto che è una cosa vetusta, ci vuole la Cina, ci vogliono gli Usa, abbiamo scoperto l’acqua calda, faremo un decreto contro il dissesto, viva tutto basta che facciamo qualcosa.

Poi è arrivato Terzi di Sant’Agata: la Turchia è un bel paese, c’abbiamo gli investimenti, secondo me l’Europa la meritano, sono bravi ragazzi. E poi sostegno a chi vuole la democrazia tra Nordafrica e Medio Oriente, dobbiamo sostenere chi si rivolta in Siria. Passera dice cose criptiche, la Fornero butta nel calderone proposte stoppate ovunque. Poi è tornato Monti: ragazzi, silenzio stampa.

Ed eccoci al secondo momento del Costume Tecnico: statevene zitti, il pallone lo abbiamo portato noi e d’ora in poi giochiamo quando vogliamo noi. “Ministro, ma allora cosa ci può dire, ci saranno sacrifici?”, “Stiamo studiando”, “Chiedetelo al premier”, “Lo saprete tra pochi giorni”. Chi ha visto Ballarò martedì scorso ha assistito a 3-4 minuti di montaggio davvero stucchevole: cronisti affamati di notizie e ministri che si sono trincerati dietro un silenzio che neanche l’Italia di Bearzot nel 1982. Avremo solo notizie ufficiali, da comunicati ufficiali che usciranno in momenti solenni.

In tutto ciò, a parte la noia del post-Silvio, quando c’era la corsa a spararla più eclatante del proprio vicino di scranno – onestamente, divertimento a parte, non rimpiangiamo quei momenti di avanspettacolo –  ci rimane l’impressione che tutto questo silenzio sia preparatorio di una serie di mazzate tra capo e collo di quelle che ricorderemo noi e probabilmente i nostri discendenti. Il silenzio non ci è mai piaciuto, come quelle mamme che non ricevono notizie dei figli per giorni e iniziano a chiedersi cosa sia successo. E allora è meglio stare seduti su una sedia con un bel bicchiere di camomilla ed aspettare il comunicato ufficiale, il momento solenne. “Signora, si metta seduta e faccia un bel respiro”. 

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