Il partito dei magistrati

By Redazione

novembre 29, 2011 politica

Governo tecnico, indiscutibilmente “nordista” (i grandi interessi, le grandi banche, sono al Nord) ed uno che bene li rappresenti si può chiamare Catricalà, ma col Sud ha poco (e male) a che fare. Il sottogoverno, invece, a quel che si dice, sarà politico (si fa per dire, partitico, lottizzato) al Sud rimanendo quindi una quota nella lottizzazione clientelare, di cui a torto o a ragione il Sud ha il marchio di fabbrica, benché a produrlo Trento non sia da meno di Catania.

Il Sud ha sempre reclamato benefici di sottogoverno, esigendo dalla sua classe politica una funzione di mendicità presso i poteri centrali. “Onorevole, noi vi abbiamo mandato a Roma e voi da Roma che ci portate? Nemmeno un finanziamento per qualche lavoretto?”. Questa è la logica rovinosa della politica al Sud, nella Sicilia che Sciascia definiva “la metafora” di tanta parte di ciò che è l’Italia. Ed è anche altrove. E’ anche il prodotto infetto del sistema della “finanza derivata” dalle tortuose vie per cui il denaro pubblico viene distribuito ed impiegato (quello che non prende altra strada) per le finalità per le quali è raccolto.

Ma la tutela dei grandi interessi non è nella borsa dei politici “Babbo Natale” o “Befana” che portano i finanziamenti di Roma. In questo gli uomini politici meridionali non hanno sempre, anzi, non hanno quasi mai battuto strade realmente giovevoli alle loro regioni d’origine. E certo non per difetto di qualità personali, di livelli di potere raggiunto, di capacità di rendersi conto di situazioni e di valutare ricadute della loro politica. Magari per difetto di effettive coincidenze tra poteri forti, grandi interessi ed interessi di regioni del Sud d’Italia.

Il meridionalismo non è mai uscito da una fase prepolitica e dal miraggio delle “provvidenze”, dei “benefici”, delle misure “perequative”. Il discorso sulla Giustizia non si allontana da questi schemi. Nella classe politica del Sud, come tra i suoi giuristi, nelle sue università come sulla stampa delle città del meridione, non si è mai affacciata con qualche vigore capace di superare retoriche e intimidazioni, una qualche forma di riflessione critica sui grandi problemi di criminalità tuttora (ma sempre con maggiore approssimazione) considerati tipicamente meridionali e sulla relativa legislazione speciale, sulla giustizia “a doppio binario”, tale concepita soprattutto per endemiche crisi della legalità in determinate regioni e sempre destinata a far sì che, in applicazione di una sorta di “legge del bimetallismo” rilevata ai tempi della circolazione di monete in metallo pregiato, “la moneta cattiva caccia quella buona”: la giustizia approssimativa e sommaria della repressione anticamorristica e antimafiosa caccia, sopprime e deforma la giustizia ordinaria cui impone ad essa il peggio di sé stessa.

Nessuna o scarsissima attenzione è prestata dalle pur prestigiose figure di uomini della finanza e dell’economia del Sud alla ricadute di certe misure di soppressione o di “allontanamento” della certezza del diritto e della garanzia dei diritti conseguenti agli andazzi di sommarietà della giustizia in funzione antimafiosa, delle misure con eccessivo ottimismo definite di “prevenzione”, di antiriciclaggio e via discorrendo. La cui incidenza sul rischio del credito è pure assai rilevante, non troppo inferiore a quella delle attività criminali che tali misure intendono colpire e contrastare.
Si dirà che se questi addebiti possono essere fatti alla classe dirigente meridionale (intesa nel senso più ampio del termine) almeno per ciò che riguarda il Governo Nazionale un governo “tecnico”, potrebbe segnare la svolta e che questa potrebbe essere la volta buona. Pia illusione. E forse anche peggio. Malafede.

Anni di velleitari tentativi di autentiche (o meno) riforme hanno dato la prova lampante che nessuna riforma vera è possibile senza uno scontro politico, una vera prova di forza tra un ipotetica (nel senso che non c’è ed, anzi, ne manca addirittura l’idea, l’ipotesi) forza politica determinata a raggiungere il risultato, suscitando energie, chiamando  a raccolta un’opinione pubblica informata e sensibilizzata, con i “poteri forti” insediati e padroni di questo settore: il partito dei magistrati, in primo luogo, ma anche gruppi economici che non intendono rompere equilibri da essi raggiunti nel settore giustizia, nel mondo giudiziario, con la magistratura per consentire che sia battuta una strada davvero diversa.

In realtà in questi ultimi anni, malgrado i sussulti di qualche saltuaria e disorganica reazione ad esorbitanze di certa magistratura, se trasformazioni sono intervenute nel campo, ad esempio, della giustizia civile, ciò è avvenuto con l’adozione di qualche accorgimento strumentale, che non ha davvero comportato una qualche riduzione del costo giustizia per i cittadini né ha fatto fare passi avanti per ciò che riguarda la qualità. Si può dire che queste novità siano stati tutte più o meno improntate alla soddisfazione delle esigenze delle imprese di grandi e grandissime dimensioni.
Ad esse una “giustizia all’ingrosso” nella quale l’alea rappresentata, magari, dall’ignoranza di un magistrato è destinata a giuocare, per la legge dei grandi numeri, in modo che le baggianate (pro e contro i loro interessi) si compensino tra loro, non fa, poi, troppo danno.

L’aumento del costo della giustizia civile, poi, giuoca contro “i piccoli utenti”. Quella grossa palla al piede per taluni tipi di azioni civili, rappresentata dalla mediazione obbligatoria, mentre favorisce le compagnie di assicurazione per R.C.Auto, determina un rallentamento solo temporaneo della sopravvenienza di nuovi procedimenti. Nel lungo termine, invece, aumenta il contenzioso civile, perché, mentre le “mediazioni” andate in porto saranno sempre assai poche, il dispendio, per chi ha da far valere le sue ragioni che esse rappresentano ed il tempo che richiedono, aumenteranno di certo la possibilità di sfruttamento dell’inconcludenza della giustizia, che, in genere mette in atto chi sa di avere torto e lo incita a sfidare contrapposti e creditori, cosa che rappresenta la vera causa della maggioranza dei giudizi civili che si è costretti ad intraprendere nel nostro Paese.

Che un “ministro tecnico” della Giustizia (che nel caso attuale è un avvocato con una clientela nell’ambiente dei grandi interessi) in un “governo” delle banche, possa affrontare questi problemi in modo da coglierne il verso giusto è praticamente impossibile. Quanto alla giustizia penale, solo un governo ed un ministro “politici” potrebbero (semmai!) affrontare la questione della caduta verticale delle garanzie del cittadino. I tecnici ci daranno ulteriori aggravamenti delle misure cosiddette speciali, l’aumento della forbice tra Nord e Sud e la solita dose di retorica.

Ma ciò che rende vano ogni conato di “politica della giustizia” di questo governo è il fatto che, mentre esso non ha la minima velleità di contrapporsi al partito dei magistrati (ed anzi assai “tecnicamente” ne deve negare l’esistenza) il partito stesso è tutt’altro che tranquillo e rifiuta di smobilitarsi. E’ ancora presto per poter dire con sicurezza quale sarà la prossima “campagna”. Certo non mollerà quella diretta a “sfasciare” Berlusconi. Ma già sembra che si apra qualche nuovo orizzonte. Sfasciare, magari, D’Alema, che ha velleità di governare sul serio, o anche Casini, che sembra troppo ringalluzzito per i gusti dei più coerenti “tecnicisti”. Battistrada del “governo tecnico”, ma più ancora dell'”antipolitica”, il partito dei magistrati elabora nuovi piani per nuove “campagne”. Le vie dello “sgoverno” sono infinite.

Giustiziagiusta.info

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