Come vanno le elezioni in Egitto

By Redazione

novembre 29, 2011 Esteri

In Egitto, dove sono in corso le prime elezioni libere dell’era post-Mubarak, sembra prevalere la calma. Dopo i duri scontri di piazza che hanno caratterizzato i giorni scorsi e nonostante alcuni manifestanti continuino ad occupare Piazza Tahrir, le operazioni di voto si stanno infatti svolgendo in maniera regolare. Non sono stati riportati, al momento, episodi di violenza e la popolazione sta rispondendo con grande entusiasmo alla chiamata alle urne.

A tal proposito si è pronunciata anche Amnesty International, la stessa che nei giorni scorsi aveva denunciato gli abusi delle forze di sicurezza egiziane nel reprimere le manifestazioni di piazza. Said al-Haddadi, capo della missione della Ong in Egitto, ha infatti confermato che nel corso del primo giorno di voto non vi sarebbero stati episodi di violazione dei diritti umani. Il rappresentante di Amnesty ha visitato una trentina di seggi per verificare con i propri occhi l’andamento della consultazione e si è detto soddisfatto per quello che ha visto.

Non sono però mancati episodi di “scorrettezza elettorale”. I maggiori partiti politici che si fronteggiano alle elezioni, infatti, stanno cercando di volgere a proprio favore la massiccia partecipazione popolare, assolutamente inattesa alla vigilia. E il più attivo in tal senso è senza dubbio il Freedom and Justice Party (Fjp), nominalmente indipendente ma che in realtà è il braccio politico del movimento islamico dei Fratelli Musulmani, il meglio organizzato del paese.

In almeno tre seggi del distretto cairota di Azbakiya, infatti, i votanti si sono lamentati del fatto che i rappresentati del Fjp stessero proseguendo la campagna elettorale ed il volantinaggio addirittura all’interno dei seggi stessi, in barba alle regole imposte dalla legge. Notizia confermata da alcuni cittadini come Ahmed Fathy il quale, avvicinato dai cronisti del Daily News Egypt ha denunciato che “un uomo all’interno del seggio ha fatto pressione affinché votassimo per il FJP nonostante il giudice popolare fosse presente nella sede elettorale”, a dimostrazione di come le stesse autorità siano permissive nei confronti di questo genere di violazioni, probabilmente per scongiurare episodi ben più gravi.

Ma Azbakiya è solo uno dei tanti esempi. Episodi analoghi si sono infatti verificati in gran parte delle circoscrizioni in cui sono in corso le operazioni di voto. Nonostante ciò il dato più rilevante riguarda l’affluenza che, secondo le prime stime, sarebbe ben al di sopra delle più rosee aspettative. Secondo quanto pubblicato proprio dai Fratelli Musulmani, che osservano con grande attenzione l’andamento del suffragio, almeno il 32% degli aventi diritto si sarebbe già recato alle urne. Addirittura in alcuni governatorati i picchi di affluenza avrebbero raggiunto il 45%. Numeri di per sé storici per l’Egitto.

Un’altra novità riguarda la partecipazione delle donne. E’ infatti alta l’affluenza di quest’ultime anche in aree del paese storicamente molto conservatrici. Come Assiut, nel nord del paese, dove le donne (sia musulmane che cristiane) non hanno mai giocato un ruolo di rilievo nella vita politica.

Proprio l’alta partecipazione al voto rende imprevedibile l’esito finale della consultazione, per quanto i Fratelli Musulmani continuino a sembrare i favoriti per la vittoria finale. Il Freedom and Justice Party, infatti, gode della miglior organizzazione nonché di un forte radicamento sul territorio e dopo aver ottenuto una sorta di nullaosta da parte dell’amministrazione americana, nulla pare poterlo fermare. L’Fjp non è attualmente considerato dall’Occidente come un partito radicale e questo gli permette di godere di ampia libertà di manovra. Dopotutto lo stesso Segretario generale del partito, Mohamed Saad Katatni, qualche settimana fa si era premurato di confermare la natura “civile” del movimento affermando che l’FJP “non è un partito religioso ma civile, che vuole creare un paese moderno e democratico basandosi sui precetti islamici”.

Il fatto che i precetti dell’Islam siano visti come “l’esempio da seguire” per la creazione del nuovo Egitto in realtà desta qualche preoccupazione. Katatni, infatti, fa leva sul fatto che la legge sharaitica è già prevista dalla costituzione egiziana, il che non può che far pensare che nel caso in cui il Fjp dovesse ottenere il supporto popolare sperato, possa addirittura accelerare quel processo di islamizzazione dell’Egitto che si è inesorabilmente affermato nell’ultimo ventennio.

E i militari? Dopo aver di fatto appoggiato la rivolta e consentito la caduta del regime di Mubarak si trovano oggi in una posizione molto scomoda. Dagli anni ’50 (ovvero dal colpo di Stato di Nasser) ad oggi, infatti, le forze armate hanno sempre avuto un ruolo di primo piano nella scena politica egiziana proprio a scapito dei movimenti di matrice islamica come i Fratelli Musulmani. Con il crollo del regime e l’indizione di libere elezioni, il meccanismo che aveva permesso ai militari di governare il paese si è definitivamente rotto. La speranza delle forze armate è quella di riuscire se non altro a limitare i danni e creare una sorta di “balance of power” con gli storici “nemici” della fratellanza. Ma considerando le prime analisi è più facile che tale equilibrio non venga raggiunto e questa volta a scapito proprio dei militari. I Fratelli Musulmani, infatti, potrebbero prendere il sopravvento della scena politica egiziana e rispedire definitivamente l’esercito nelle caserme.

Nonostante questa complessa situazione, però, l’Occidente non pare essere al momento preoccupato per tale possibile (o addirittura probabile) scenario. Ma non vi è dubbio alcuno sul fatto che una deriva integralista dell’Egitto vada considerata come una minaccia per l’intero Medio Oriente, regione di vitale importanza geostrategica. Inoltre, considerando l’esito delle elezioni in Tunisia e Marocco (dove a farla da padrona sono stati proprio i partiti islamici), è tutt’altro che improbabile che anche all’ombra delle piramidi possano presto affermarsi quegli stessi movimenti che fino a pochi mesi fa le cancellerie atlantiche considerava acerrimi nemici della democrazia e della pace. 

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