È colpa di Pisapia

By Redazione

novembre 28, 2011 politica

Come al solito sono i Radicali a palesare un problema politico laddove i partiti si affannano a derubricare dolorosi strappi quali trascurabili incidenti di percorso. «La consegna delle deleghe da parte dell’assessore Boeri è un atto grave e rilevante. Volendo escludere che uno strappo così grave possa avere origine soltanto da incompatibilità personali e di carattere credo che sia urgente spiegarle alla città e consentire un dibattito onesto e pubblico, invece di affidare improbabili compiti di mediazione alla partitocrazia milanese, con relative soluzioni pasticciate di rimpasti e altre manovrine di sottopotere». Così  Marco Cappato, capogruppo della pattuglia radicale che fa parte della maggioranza al comune di Milano, smuove la brace che cova sotto la coltre di cenere sotto la quale la maggioranza di Palazzo Marino sta provando a soffocare l’incendio scaturito dalle dimissioni di Stefano Boeri dalla giunta di Giuliano Pisapia. Che, dopo essere state ufficializzate nella mattinata di ieri, hanno sollevato un caso di portata nazionale.

A sentire il potente, fino a ieri, assessore competente di Cultura e, soprattutto, di Expo, la remissione al sindaco delle pesanti deleghe sarebbe da interpretare come un gesto distensivo nei confronti del primo cittadino. E condiviso con gli organi dirigenti del partito. «Una scelta difficile che ho voluto condividere ieri notte, nel corso di in una lunga riunione, con i consiglieri, gli assessori e i segretari milanesi del Partito Democratico – si legge nel comunicato diffuso dall’archistar – e che va intesa come un atto distensivo e di fiducia nei confronti del sindaco».

Una serenità che dà probabilmente la misura del fatto che Boeri si attenderebbe che le dimissioni siano respinte al mittente. Un balletto per vedersi riconfermare la fiducia, chiamare il partito a serrare i ranghi, e uscire rafforzato da quella che Cappato, non senza qualche ragione, prefigura come una “manovrina di sottopotere”. Speranza che non sembra trovare sponda in Pisapia, il quale, pur riservandosi di decidere oggi, ha fatto sapere a denti stretti che in giunta «la collegialità è stata infranta più volte da un unico assessore».

Che tra il sindaco e il membro della sua giunta non corra buon sangue è noto. Principale motivo del contendere è il business del secolo per il capoluogo lombardo. Boeri da mesi critica la posizione comunale in merito alla gestione dell’Expo che aprirà i battenti il primo maggio del 2015: «Le esposizioni universali sono sempre state promosse e governate dalle città. E’ lo stesso statuto di Expo a prevederlo. Sono convinto che dobbiamo rivendicare che siano proprio Milano e i suoi cittadini ad avere la guida politica e delle procedure». Parole che, pronunciate a giugno dall’assessore competente, sono suonate come una clamorosa bocciatura nei confronti di Pisapia. Accusato, in buona sostanza, di essere in balia del consolidato sistema di potere formigoniano e di non riuscire a far emergere la specificità del contributo comunale nella gestione dell’evento. Indicativo il laconico commento del presidente lombardo alla notizia delle dimissioni: «Non entro nelle decisioni che riguardano altre amministrazioni».

Una vicenda che, oltre a palesare un’evidente inconciliabilità caratteriale fra i due, mette in luce in maniera plastica le difficoltà del modello-Milano. Un sistema, secondo l’ambizione di molti, da esportare a livello nazionale. Pisapia e Boeri sono stati infatti i campioni di una tornata di primarie fra le più riuscite – e aperte – degli ultimi anni. Una palla di neve tramutatasi nella valanga che ha seppellito Letizia Moratti. Che ha visto l’indipendente di Sinistra e Libertà Pisapia superare di qualche migliaio di voti l’indipendente del Partito Democratico, Stefano Boeri. Due tecnici targati politicamente, che dovevano, a sentire i rispettivi stati maggiori, mettere d’accordo una politica incapace di trovare tra le proprie fila un nome che potesse essere la sintesi di istanze in forte contraddizione. Una barca che ha tirato a bordo, oltre ai democratici e agli uomini di Vendola, anche dipietristi e radicali. Per poi coinvolgere in giunta anche un nome pesante dell’area centrista come quello di Bruno Tabacci.

Se dopo sei mesi, sull’unico tema di rilevanza anche nazionale, la barca sta affondando, qualcosa vorrà pur dire. La coalizione arcobaleno, dopo un iniziale momento di euforia, si sta sgretolando non per le bordate di un’opposizione che deve ancora riorganizzarsi, ma per l’evidente impossibilità di tenere insieme linee politiche che, su tanti temi, divergono radicalmente. Vendola gongola. Rimira l’apnea nella quale l’uomo forte del Pd è stato costretto da Pisapia. E aspetta che il cadavere logorato di Bersani gli scorra davanti, dopo aver sostenuto le misure lacrime e sangue di Monti. Mentre il Pd è in palese affanno. E reagisce attaccando quello che sempre più appare gli occhi della segreteria democratica un temibile avversario più che un alleato: «Con l’uscita di scena di Berlusconi per Vendola inizia una lunga traversata nel deserto. Le sue capacità pirotecniche adesso sono meno indispensabili». Parola di Michele Emiliano, sindaco di Bari. «Ora ci vuole affidabilità, serietà, competenza, capacità di leggere la realtà. Non è il momento di Nichi». Ma, a quanto sembra, nemmeno di Boeri.

L’Opinione.it

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *