Napalm su Teheran?

By Redazione

novembre 27, 2011 Esteri

Quello iraniano è un regime autocratico e illiberale. Questa è l’unica cosa su cui (quasi) tutti gli analisti di cose mediorientali sono d’accordo. A dividerli ci pensa il rapporto che l’Agenzia Atomica delle Nazioni Unite ha reso pubblico questo mese (rapporto definito “politicizzato” dai membri del regime), che confermerebbe i dubbi di molti analisti sulle reali intenzioni di Teheran e del suo progresso nello sviluppo di tecnologie nucleari. Altri sarebbero invece pronti a giurare che, no, l’Iran non vuole l’atomica. E se la vuole ha tutto il diritto di costruirsela. E comunque anche se l’avesse non la userebbe mai. E se anche la usasse, sarebbe solo per legittima difesa, da esercitarsi naturalmente contro i troppo muscolari Piccolo e Grande Satana (nel linguaggio dei “realisti” neo-Chamerlainiani detti anche Israele e Stati Uniti). L’ultima tesi di lor signori (Fareed Zakaria negli Usa e, si parva licet, Lucio Caracciolo qui da noi) parte dal riconoscimento del fatto che l’Iran è oramai una potenza nucleare, ma, aggiungono, questo non è per forza un qualcosa di negativo. Anzi, quella persiana era l’ultima civiltà a non aver ancora raggiunto la tecnologia nucleare; ora l’equilibrio tra potenze può finalmente essere garantito. Si realizzerebbe così il sogno di Huntington: un multipolarismo globale in cui ciascuna “civiltà” possa vivere in perfetto equilibrio con le altre. Senza diffusione della democrazia, senza chiacchiere su presunti diritti universali (la cui affermazione è “immorale” addirittura).

Gli esperti di tale orientamento sono dunque completamente contrari a qualsivoglia intervento armato, e che sia Israele o Washington a guidarlo non cambia alcunché. Tra gli anti-interventisti non vi sono solo sostenitori dell’ascesa iraniana nel novero degli “stati-guida”, ma anche coloro che, in buona fede, temono che dall’attacco scaturisca una guerra regionale (o persino mondiale) il cui esito sarebbe disastroso. Questi ultimi, che davvero temono un Iran atomico, propongono l’imposizione di maggiori sanzioni finanziarie, nella speranza che queste possano portare all’annichilimento del regime. Purtroppo però viviamo in mondo che, per nostra sfortuna, vede sedere tra i banchi dell’Onu svariate decine di stati canaglia. Tra quelli del Consiglio di Sicurezza almeno due sono dittature (Cina e Russia) idealmente ed economicamente vicine a Teheran, perciò ulteriori sanzioni delle Nazioni Unite risultano impraticabili. Restano le sanzioni unilaterali, come quelle imposte ultimamente da Unione Europea e Stati Uniti, ma, anch’esse non possono permettersi di colpire il mercato del petrolio (cui l’Iran contribuisce a livello globale per un buon 3%) e tra i più remunerativi per il regime. Il rischio di un aumento esorbitante del prezzo del greggio potrebbe strozzare definitivamente la già debole economia europea e nordamericana.

Resta, come ultima e pericolosa opzione, l’intervento militare. Anche in questo caso è da escludersi che possa valersi dell’autorizzazione dell’Onu per i motivi già menzionati. Un forte disincentivo: il Presidente Obama difficilmente condurrebbe una guerra solitaria, ben sapendo che il suo elettorato non glielo perdonerebbe mai, e che le piazze europee, un tempo festanti alla vista del primo Presidente americano di colore, insorgerebbero subito, tirando fuori dall’armadio le migliaia di bandiere arcobaleno e la retorica anticoloniale. Eppure, al netto degli eventuali rischi (enormi) esistono svariati motivi per cui un intervento mirato, rapido e ponderato potrebbe garantire un successo enorme, sconvolgendo la geografia politica dell’intero Medio Oriente.

Per onestà intellettuale, definiamo il possibile effetto negativo dell’azione armata, disegnando uno scenario anche eccessivamente pessimistico: l’Iran risponde all’attacco scatenando una guerra civile in Iraq, colpendovi obbiettivi americani (basi militari, ristornati) e non; Hezbollah (che Israele abbia partecipato o meno) inizia un bombardamento seriale delle città del nord dello Stato Ebraico; in Sud America le cellule dei Pasdaran e del Partito di Dio colpiscono ambasciate statunitensi, sinagoghe, centri ebraici e così via. Anche escludendo una terza guerra mondiale, lo scenario appare più che preoccupante, e tutto per il solo rallentamento di qualche anno del progetto iraniano di possedere l’atomica.

Questo, dunque, il rischio. Ma quali potrebbero essere le opportunità? Innanzitutto rallentare anche solo “di qualche anno” il raggiungimento del nucleare da parte degli Ayatollah sarebbe un risultato non da poco. Inoltre esso non sarebbe che il primo, e forse il minore degli effetti: se infatti l’attacco avesse come obiettivi non solo i siti “sospetti” ma, come suggerisce il professor Jamsheed K. Choksysul Wall Street Journal, anche le maggiori roccaforti delle Guardie della Rivoluzione e dei Bassiji, in modo da distruggere “la capacità degli ayatollah di difendersi da una sollevazione popolare”, si prospetterebbe l’eventualità di un regime change. Paradossalmente si potrebbe persino fare a meno di colpire le centrali nascoste sotto città sante e montagne, ma solo azzerare le capacità di oppressione interna da parte del regime, contestualmente finanziando e sostenendo una riedizione, più forte e risoluta, dell’Onda Verde.

L’Iran, essendo il solo Stato-Nazione-Popolo dell’intero Vicino Oriente, e potendo vantare una cultura plurimillenaria, una società civile forte, una popolazione mediamente giovanissima, avrebbe enormi possibilità di diventare la prima, più florida, popolosa ed importante democrazia della regione. Da nemica dell’occidente, la Persia democratica potrebbe divenire, grazie al sentimento di riconoscenza derivato dall’aiuto prestato nell’opera di liberazione, un fedele alleato, e dunque un fattore di stabilizzazione per l’Iraq (si azzererebbe l’humus dal quale trae nutrimento la malapianta del terrorismo sciita che impedisce una vera pacificazione nazionale), per il Libano (idem: Hezbollah ne uscirebbe molto ridimensionata), per l’Afghanistan e per la Siria. Ma non solo: con un Iran democratico e liberale cadrebbero i presupposti della scomoda (ma oggi inevitabile) alleanza che lega Washington all’Arabia Saudita. Che diverrebbe immediatamente il nuovo nemico regionale del mondo libero e avrebbe fine il tabù di una caduta di un regime reazionario e fanatico,  corrotto e corruttore, finanziatore dell’espansione dell’islam più retrogrado mai apparso sulla faccia della terra: quello degli sceicchi di Ryad, il vero “nemico che trattiamo da amico”.

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