La serie cadetta

By Redazione

novembre 27, 2011 politica

Qualche giorno fa, su L’Unità, ci siamo imbattuti in un virgolettato di David Sassoli, esponente del Pd: “con Monti l’Italia torna in Serie A”. Lungi da noi indagare i gusti calcistici di Sassoli, la domanda sorge spontanea: ma in che Serie A siamo? La crisi economica che attanaglia l’Europa è oramai certificata, tanto che anche la capolista Germania non è riuscita a vendere i propri Bund come avrebbe sperato, ottenendo anzi un flop che ha allarmato più i partner europei che la stessa Berlino: e menomale che i Bund erano considerati come la svendita conveniente dei campioni in carica. Comprate, male che va è usato garantito. L’incertezza e la ormai galoppante stagnazione dei mercati (ma non ci spingiamo a usare la parola recessione, che è più temuta di un’esibizione di Marco Masini) hanno fatto sì che il collocamento dei titoli tedeschi si sia fermato a poco più del 60% del totale sperato.

E allora, se soffre la locomotiva, in quale Serie A siamo? Quale Serie A può offrire l’Europa oggi? L’allargamento a 27 ha comportato certamente un abbassamento qualitativo, proprio come nel campionato di calcio: più apri le porte e più entra di tutto un po’; le istituzioni europee si sono trovate invischiate in un grosso pentolone in cui sono presenti paesi ai quali fino a pochi anni fa ben poco importava dell’Unione e delle istituzioni ad essa correlate. In particolare i paesi dell’Est sono stati inclusi forse con una fretta eccessiva, viste le difficoltà a consolidare sistemi economici ancora “primitivi” sotto molti aspetti e che oggi non trovano dei brillanti esempi tra le sorelle maggiori, Germania, Francia, Spagna o Italia, qualunque essa sia.

Per anni ci hanno impacchettato la storia dell’Europa a due velocità: le locomotive a trainare, inew-comercon le scarpette allacciate subito dietro, pronti a correre e a migliorare le prestazioni, impegnati a riallinearsi con gli standard alti. Poi le due velocità sembravano poche e allora giù con decine di teorie, fino alla battuta delle 27 velocità: a ciascuno il suo. “Andate andate, tanto ve ripijo a tutti”, come urlava Verdone in autostrada in uno dei suoi primi lungometraggi. L’Europa si è basata su questo assunto qui, senza attendere momenti migliori. Chiaro che, con lo sfilacciarsi delle economie di alcune delle potenze fondatrici, tutti i membri vadano in sofferenza facilmente.

Difficile allora immaginare come questa architettura (più fragile della nuvola di Fuksas e delle caviglie di Van Basten) potesse reggere e come soprattutto i paesi piccoli potessero dare una mano a quelli più grandi: secondo voi, se Milan, Inter, Juve, Lazio, Roma e Napoli vanno tutte in crisi nello stesso momento, il campionato è bello lo stesso? Negli ultimi mesi abbiamo tutti imparato i criteri di valutazione delle agenzie di rating: tre A e vai in Champions’, due A e vai in Europa League, al di sotto ci interessa poco. L’Europa oggi dovrebbe smettere di contare le A che prendono i propri paesi ed iniziare a capire come e cosa fare per evitare che le A non diventino rapidamente delle B.

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