Consigli letterari a Olli Rehn

By Redazione

novembre 27, 2011 politica

La buona fede non si discute, anzi va premiata. Quando il commissario europeo agli Affari economici, Olli Rehn, nel corso della missione in Italia ha detto che don Camillo e Peppone “sosterrebbero oggi il governo Monti”, meritava un applauso: non perché avesse ragione, ma perché ha dimostrato di conoscere un tale scrittore parmense che può vantare traduzioni in tutto il mondo. “Ho sempre amato la cultura italiana, da ragazzo leggevo i libri di Guareschi”: ha svelato Rehn che così facendo ha reso omaggio ad un autore a lungo trascurato dalle nostri parti. Il tempo è galantuomo.

È strano sentire un esponente politico – per lo più nemmeno italiano – scandire quel nome. Gli si può così perdonare la forzatura nell’interpretazione che ha dato alle vicende del parroco e del sindaco comunista perché difficilmente i due avrebbero appoggiato Mario Monti. Per il semplice fatto che Giovannino stesso avrebbe espresso dei dubbi. Non che Guareschi, se fosse vivo oggi, mancherebbe di dare credito al nuovo presidente del Consiglio. Ma le sue pagine sono piene di spunti che offrono una versione diversa da quella di Rehn.

Monti è troppo politico per don Camillo e Peppone. Nel libro “Il compagno don Camillo” Peppone, una volta smessi i panni di sindaco per indossare quelli di senatore, non è più lo stesso. Via il toscano, avanti con le sigarette che puzzano di meno. E alla padrona della pensione dove alloggia racconta di essere indipendente, nemmeno comunista e ogni mattina, quando esce in strada, fa i conti con il proprio fantasma che gli ricorda quanto siano belli i campi, lassù, a casa, e di come si sentisse più libero con il colletto slacciato e il fazzoletto rosso al collo, anziché in giacca e cravatta tutti i santi giorni.

Quanto a don Camillo, emblematica è la scena finale di “Don Camillo e l’onorevole Peppone” nella quale mette sotto torchio l’eterno nemico, in partenza per Roma dopo essere stato eletto al Parlamento: “Hai perduto il tuo paese dove eri qualcuno. E cosa ci hai guadagnato? Di diventare un anonimo, una pallina da buttare nell’urna”.

In tutto questo, c’è ovviamente Giovannino Guareschi, un tipo che non avrebbe mai accettato che un presidente del Consiglio venisse nominato, anziché eletto, e che non perdonò ad Alcide De Gasperi di essersi lasciato sfuggire durante un comizio di essere “un trentino prestato all’Italia”.

È dura vedere un Peppone costretto a rinunciare ad una campagna elettorale e per piegarsi alle direttive di partito, sacrificando il volere del popolo. Perché se quotidianamente sfogliava l’Unità per dovere, agiva in realtà di testa sua, evitando di finire nella categoria dei trinariciuti che prendevano per oro colato i comunicati, refusi compresi. E difficilmente Giovannino – un babbo che fece bigiare la figlia Carlotta il primo giorno di scuola per sottrarla all’educazione dello stato, portandola all’Idroscalo – avrebbe accettato che la logica della politica e della partitocrazia levasse la responsabilità agli elettori di scegliere il nuovo premier.

Don Camillo e Peppone avversari leali erano e tali sarebbero ancora oggi. Indisciplinati rispetto alle regole che tengono banco, ma disposti a correre il rischio. Piuttosto di sostenere Monti, lo inviterebbero a pranzo, optando per un oste apolitico come quando in paese fece visita un distinto borghese di città, per conto del partito liberale: don Camillo lo voleva come ospite in quanto anticomunista, Peppone in quanto anticlericale. Un buon piatto caldo e una bottiglia di vino il commissario Rehn li merita assolutamente per aver reso un pubblico apprezzamento a Guareschi. Pranzando con Giovannino, avrebbe cambiato idea.  

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