Tana libera tutti

By Redazione

novembre 25, 2011 politica

Ora di Tea Party anche in Italia? Oggi 26 novembre a Milano, si terrà la prima manifestazione del Tea Party Italia. L’ex ministro Antonio Martino sarà presente a Milano, così come, 25 anni fa, era alla testa della marcia dei contribuenti. La manifestazione del 1986 diede una scossa alla sonnecchiosa “borghesia” italiana. Oggi questo popolo sembra ancor più spento. Ma le fiammate di ribellione sono sempre imprevedibili e l’Italia ha il vantaggio di poter seguire l’esempio dei lontani Stati Uniti, dove una gigantesca “marcia dei contribuenti” c’è già stata e ha funzionato. Il movimento statunitense contro le tasse e la spesa pubblica ha cambiato il panorama politico. Ha portato i Repubblicani alla vittoria delle elezioni del 2010, mutandone radicalmente l’agenda. Da partito del “conservatorismo compassionevole”, come era diventato ai tempi di George W. Bush, il Grand Old Party della destra americana ha ripreso nelle sue mani lo spirito rivoluzionario contro lo statalismo.

In Italia la situazione non è così differente. Di solito pensiamo che vi sia un Oceano culturale oltre che acqueo a separare il nostro mondo da quello americano. Ma spesso le idee prodotte negli Usa sono quelle che ci ritroviamo, prima o poi, anche nei nostri partiti. Quindi è meglio guardare all’America come al nostro possibile futuro prossimo, sapendo che gli stessi fenomeni potranno accadere anche qui. Le condizioni ci sono tutte per la nascita di un vasto movimento di massa contro tasse talmente alte da soffocare l’iniziativa privata e uno Stato talmente obeso da occupare tutti gli spazi del mercato. Negli Stati Uniti il Tea Party (il nome “festa del tè” è un omaggio alla prima ribellione contro i dazi britannici, scoppiata a Boston nel 1773) è nato alla fine del 2008 come reazione alla crisi economica. E’ esploso come protesta contro i soldi pubblici dati alle banche in fallimento, per volontà di George W. Bush: coloro che dovevano essere puniti sono stati aiutati a spese del contribuente. I Tea Party si sono sviluppati e hanno preso forma quando Barack Obama ha varato un piano di “stimolo” per l’economia, sempre con miliardi pubblici, solo teoricamente volto a rilanciare i consumi, ma in pratica pieno zeppo di “pork barrel”: sussidi gentilmente concessi alle clientele privilegiate del Partito Democratico. Il Tea Party statunitense è quel blocco sociale che non si è più riconosciuto nella destra istituzionale e allo stesso tempo si è levato come un sol uomo contro il nuovo turbo-statalismo della sinistra. Un popolo di indipendenti, imprenditori, produttori, gente che non sente il bisogno di essere aiutata dallo Stato, ma vuol semplicemente lavorare in pace e non essere derubata del prodotto del suo lavoro. Che dire della situazione in Italia? Abbiamo anche noi un vasto popolo che ha votato Forza Italia nel 1994, con la promessa di una “rivoluzione liberale” (leggasi: meno spesa e meno tasse, più libertà di impresa), lo stesso che poi si è rivolto al Partito Radicale nel 1999 all’epoca dei 18 referendum per le liberalizzazioni e che, nel 2001, ha votato di nuovo Forza Italia su un programma che si riassumeva in “meno tasse per tutti”.

Questo blocco sociale italiano, che alcuni chiamano “nuovo terzo stato” o più semplicemente “popolo delle partite Iva” (lavoratori autonomi, in genere tutti coloro che non dipendono dallo Stato) è privo di una rappresentanza politica almeno dal 2006. Per un motivo o per l’altro il programma del 2001 è stato effettuato solo in minima parte, da un Berlusconi tenuto in scacco, per cinque anni, da alleati ingombranti. Poi il nulla. Il governo di centro-sinistra e tre anni e mezzo dell’ultimo esecutivo Berlusconi, entrambi nati e vissuti all’insegna dello statalismo, hanno spento le speranze del nuovo terzo stato italiano.

Se la base genuinamente repubblicana americana è rimasta delusa dall’esperienza di George W. Bush, cosa dobbiamo dire del popolo delle partite Iva italiano? Cosa deve provare per un governo di centro-destra che, nel nome della “Libertà”, ha quasi replicato le politiche fiscali ed economiche di Visco e del compianto Padoa Schioppa?

Si dice che il terzo stato italiano sia morto. Lo si diceva anche del popolo conservatore e libertario statunitense nel 2008. I fatti hanno dimostrato il contrario.

Se la base repubblicana americana, comprensibilmente delusa da Bush, si è convinta a mobilitarsi in massa contro il turbo-statalismo di Obama, cosa potrà fare il terzo stato italiano di fronte a quello che ci attende nei prossimi mesi? Le illusioni di un governo più liberale dei tecnici sono sempre più flebili. La realtà che attende gli italiani si chiama: più tasse, Ici sulla prima casa, forse anche un prelievo forzoso sui conti correnti. Gli italiani vorranno subire passivamente tutte queste nuove torture?

E poi ci sono i dati macro-economici che parlano da soli. Quando negli Usa è esploso il Tea Party, all’alba dell’amministrazione Obama, il debito pubblico era circa il 50% del Pil, le tasse erano al 30% sui redditi, gli Usa erano pur sempre fra le 10 economie più libere del mondo (stando alla classifica dell’Indice delle Libertà Economiche della Heritage Foundation/Wall Street Journal). In Italia, all’alba del governo Monti, il debito è al 120% del Pil, la tassazione è al 43%, siamo l’economia meno libera d’Europa assieme alla Grecia, l’87ma nella classifica mondiale su 179 Paesi. Viviamo in una piccola isola di repressione nel Mondo Libero. Possibile che ci abbiamo fatto l’abitudine?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *