La ragione a metà

By Redazione

novembre 25, 2011 politica

Chissà se il presidente francese avrà ripensato all’infausta risatina di un paio di settimane fa, quando al vertice di due giorni fa, a Strasburgo, ha scoperto di averci rimesso nell’avvicendamento tra Berlusconi e Monti. Nonostante stesse soffrendo un crollo verticale di credibilità, il Cavaliere era più incline ad associarsi al pressing francese sulla cancelliera tedesca affinché cadessero le resistenze di Berlino nei confronti di un mandato più ampio della Bce a difesa dei debiti sovrani in difficoltà. Invece che al centro di una triplice intesa, come mostrano le foto ufficiali, Sarkozy dev’essersi sentito stretto in una morsa. Monti infatti è apparso più in sintonia con Angela Merkel sul ruolo della Bce e sul fatto che sia prematuro parlare di Eurobond.

In Italia nel frattempo si allarga il fronte di coloro i quali puntano l’indice contro il presunto egoismo germanico, paventando addirittura una sorta di IV Reich, e invocano acquisti illimitati dei titoli di Stato in sofferenza da parte della Bce: dai giornali vicini al centrodestra, che in questo modo sfogano la loro nostalgia del governo Berlusconi, alla stampa mainstream e al mondo confindustriale, che invece hanno caldeggiato il governo tecnico. Deposto Berlusconi, si è visto che il fattore B. non valeva né 300 né 100 punti di spread e che la crisi del debito italiano è sì legata ad un nostro deficit di credibilità sistemica, ma anche indissolubilmente ad un complessivo disinvestimento dall’eurozona. Così gli stessi giornali che imputavano la crisi a Berlusconi hanno cominciato a biasimare Angela Merkel. Come si porranno nei confronti di un Monti filo-Merkel i grandi quotidiani che reclamano a gran voce una Bce “prestatore di ultima istanza”? Fossero coerenti con gli editoriali che mandano in stampa, dovremmo aspettarci una raffica di critiche all’indirizzo del professore, il quale – così pare al momento – non intende farsi portavoce di tali richieste. Al contrario, su questo punto sembra propenso ad allinearsi alle posizioni della cancelliera: prima una solida unione fiscale, che preveda sanzioni automatiche per chi sfora, solo dopo si potranno valutare con maggiore serenità altri strumenti.

Nei panni dei tedeschi bisogna mettersi eccome. Hanno ragione a temere di dover pagare i debiti contratti dalle irresponsabili cicale europee. E noi italiani siamo tra i primi a non poter parlare, avendo gettato al vento dieci anni di bassi tassi di interesse durante i quali non abbiamo né ridotto la spesa pubblica né realizzato le riforme per rilanciare la crescita. Cedendo alle sempre più numerose richieste di monetizzazione, in varie forme, dei debiti sovrani in difficoltà – a proposito, si tratterebbe né più né meno di un pluri-miliardario condono – non si esporrebbero solo al rischio, nel caso peggiore di default, di rimetterci di tasca propria, ma anche alla beffa: perché una volta venuto meno quel minimo di pressione dei mercati sotto forma di alti rendimenti, è probabile (come purtroppo la storia insegna) che i governi debitori ne approfittino per rilassarsi, affievolendo il loro rigore e rimandando ancora una volta l’adozione delle riforme strutturali necessarie per la crescita. E’ quindi quanto meno ragionevole che prima di parlare di Eurobond e di Bce come la Fed (che tra l’altro non monetizza affatto i debiti dei singoli stati dell’Unione) i tedeschi pretendano l’armonizzazione delle politiche di bilancio, affinché tutti i membri dell’eurozona siano responsabili e nessuno possa godersela sulle spalle degli altri.

Ma i tedeschi hanno anche torto, perché ciò che i mercati stanno mettendo in crisi non sono solo singoli debiti sovrani fino a ieri sostenibili, come quello italiano, non solo l’indisciplina fiscale di alcuni Paesi. La sfiducia è nei confronti di una unione monetaria artificiosa, dai piedi d’argilla, e del modello socio-economico di un intero continente rispetto alle locomotive in altre aree del mondo. Un modello non più sostenibile – che consiste in alti livelli di spesa pubblica e di tassazione per finanziare uno stato sociale inefficiente e troppo generoso rispetto alla ricchezza prodotta – che neanche i tedeschi hanno cominciato ad abbandonare. E’ fuor di dubbio che le loro politiche di bilancio siano più virtuose delle nostre e che negli anni 2000 non hanno perso tempo, attuando le riforme che hanno aumentato la produttività e la competitività della loro economia. Tuttavia, il loro debito pubblico ha superato l’80%, le prospettive di minore crescita (stime calate dal +1,9 al +0,8%) rendono più lento e difficoltoso il rientro dal deficit e i mercati cominciano ad accorgersi che se la Germania dovesse pagare il conto per tutti le sue finanze non giustificherebbero più rendimenti a livelli così ridicoli, praticamente vicini allo zero. Senza aprire, poi, il capitolo sul ruolo della Kreditanstalt für Wiederaufbaue, la Cdp tedesca, e della Bundesbank, che di fatto continua ad agire come prestatore di ultima istanza, quanto meno in via temporanea, nei confronti del debito tedesco, mentre si pretende di negare alla Bce tale ruolo. Ieri Monti, con il suo inappuntabile stile professorale, ha sì assicurato che l’Italia «farà i compiti a casa», ma anche puntigliosamente messo a verbale che furono francesi e tedeschi i primi, nel 2003, a derogare dai parametri del patto di stabilità (a proposito, chi ne lamentava la «stupidità»?). E tutti i Paesi europei, chi più chi meno (Italia e Germania meno), hanno alimentato il debito pubblico cercando di far uscire le loro economie dalla recessione con inutili spese keynesiane.

E’ arrivato il momento per l’intera Europa di ripensare il proprio modello di sviluppo e rispetto a questa sfida nessuno può chiamarsi fuori, nemmeno i “rigorosi” tedeschi. Per fare un solo esempio, il ruolo della previdenza deve tornare in tutta Europa a ciò per cui era stata creata un secolo e mezzo fa: non per godersi il tempo libero in viaggi e partite a tennis, ma come sostentamento minimo negli anni della vecchiaia.

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