“La maggioranza ha torto”

By Redazione

novembre 25, 2011 politica

“Si lotta, certo, per la maggioranza […] ma si trova che la maggioranza, nella sua santità, ha sempre torto: perché il suo conformismo è sempre, per propria natura, brutalmente repressivo”.

Niente Iran, niente primavera araba. Né tantomeno un’intemerata di Rosy Bindi contro la protervia del fu governo Berlusconi. A dirlo fu Pier Paolo Pasolini. Era il gennaio del 1975, anno della sua tragica fine, e, da posizioni tanto eterodosse quanto nette, criticava dalle colonne del Corriere della Sera il blocco politico e sociale che vedeva saldarsi attorno al quesito referendario abortista.

Se non simpatizzassimo naturaliter con le posizioni di Pietro Ichino, almeno per quanto concerne il dibattito interno al Partito Democratico, da ieri il giuslavorista milanese avrebbe qualche nuovo supporter.

Andiamo con ordine. A Stefano Fassina, che del Pd è responsabile economico, vanno riconosciuti alcuni meriti. Di trarre dalla propria storia politica e dalle proprie convinzioni le fondamenta per le sue battaglie politiche. Come anche di essere rimasto l’ultimo dei giapponesi a difendere la promessa di Bersani di dare “Un senso a questa storia”. La Bad Godesberg tendenza socialdemocratica promessa dal segretario alla vigilia del voto delle primarie si è annacquata per le centripete pulsioni interne e sotto l’ombrello consolatorio dell’antiberlusconismo. Fassina è tra i pochissimi membri della segreteria ad aver avuto il merito di tenere fissa la barra dei propri convincimenti, anche a rischio di risultare scomodo.

Una collocazione così convintamente alla sinistra del partito che gli ha attirato le critiche di quel mondo che milita sotto la stessa bandiera ma si definisce “liberal”. Una piccola e battagliera minoranza, guidata dal senatore Enrico Morando, e che annovera tra le proprie fila il prestigioso professore di Milano. Se la richiesta di dimissioni presentata nelle mani di un artatamente allibito Bersani è sembrata eccessiva, anche il più distratto osservatore avrebbe potuto placidamente leggerla come una richiesta di attenzione politica. In particolar modo in un momento di consonanza fra le tesi di Ichino e ciò che ha promesso di fare il governo Monti.

Nessun pericolo dunque per la poltrona di Fassina, invitato per lo più a tenere conto che la sua ortodossia alle promesse bersaniane rischia di collocarsi agli antipodi rispetto all’agenda di governo. Con il non trascurabile particolare che il Pd è oggi a tutti gli effetti un partito di governo.

“Una linea ha il 2 per cento, l’altra il 98 per cento”, ha però proditoriamente sottolineato Fassina. Come se bastasse essere un’esigua minoranza (se pure i dati percentuali corrispondono al vero, ma questo è un altro paio di maniche) per essere liquidati con una stizzita scrollata di spalle. Che si configura proprio come tale: “Io capisco Ichino – continua il responsabile economico del Pd – Lui rappresenta quel 2 per cento e per farlo valere, per difenderlo ha bisogno di andare sui giornali tutti i giorni”. Come se non fosse anche suo interesse e dovere tutelarlo e farlo vivere in un rapporto dialettico, sia pur dall’alto di una posizione di forza.

Un eccesso di tracotanza risultato indigesto anche all’interno delle stesse fila democratiche. “A noi la Bulgaria fa un baffo”, ha scritto Ivan Scalfarotto sul suo blog, mentre su twitter Paolo Gentiloni ironizzava: “OccupyWallStrett a nome del 99%, nel Pd basta il 98%”. Sempre che, dopo lo scivolone di ieri i numeri siano sempre quelli.

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