Il compagno Fassina

By Redazione

novembre 25, 2011 politica

Stefano Fassina è un campione dell’altrismo. “Ben altro è il problema”, si diceva una volta. E lui: “Nessuna soluzione ai problemi della polis è tecnica”. Ma è anche – e qui non si tratta di “veltronismo” – un campione dell’oltrismo: “Il Pd, per adempiere al suo compito storico (ohibò) di valorizzazione della persona che lavora, deve avere il coraggio etico e intellettuale di andare oltre”. Perché “L’identità programmatica del Pd non si può definire pienamente all’interno dei confini del paradigma liberale”, sostiene il sullodato Fassina, “pur declinato nella versione illuminata dell’economia sociale di mercato”. Parole che fanno sorgere una dannata curiosità di capire in che cosa consista una “identità programmatica” che tende, a questo punto, a definirsi “a contrario”, come dicevano i filosofi di una volta. A sfumare in una dimensione esoterica. A prescindere dalla necessità di misurarsi, giorno dopo giorno, con l’umile fatica di concorrere a portare il Paese fuori dalla crisi. Qui, invece, non si tratta, a quanto sembra, di risolvere problemi. Quello che conta è mantenere ben saldo l’orgoglio della propria diversità. Rimanere un passo indietro rispetto agli uomini e alle donne a cui il Parlamento ha affidato il compito di rimettere in sesto la baracca. Dire a voce alta la hybris di una contaminazione potenzialmente esiziale. L’importante è poter esibire le tavole del “programma”, scolpito nel bronzo e reso luminoso dalla sua purezza incontaminata. Non per salvaguardare lo schema di un bipolarismo per il quale non sembra circolino, dalle parti de “L’Unità”, particolari entusiasmi. Piuttosto, per tenere alta, nel vivo di una drammatica crisi di sistema, la bandiera di un’alterità che, mai e poi mai, può risolversi nel banale esercizio di un qualsiasi riformismo, “pur declinato nella versione illuminata dell’economia sociale di mercato”. Vale la pena di sottolinearlo di nuovo, considerata la suggestione che queste parole sprigionano.

Con un ardito salto logico, però, Fassina, mentre insiste nel rivendicare l’autonomia culturale del Pd, non resiste alla tentazione di produrre un teste autorevole a sostegno delle proprie tesi. Scomodando nientemeno che il Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace. Con una mossa che ricorda gli espedienti del passato, quando, per dimostrare di avere ragione, si cercava conforto alle proprie tesi tra quelli che venivano considerati più “lontani”. Tutto per continuare nell’esercizio un po’ ozioso, e francamente stucchevole, di denunciare la correità con i responsabili della crisi finanziaria da parte della cultura “liberale”, a partire da quella insediata in qualche nicchia del centrosinistra. Un’operazione che oscilla tra l’ossessione ideologica e l’intento propagandistico. Ma che è anche funzionale per tentare uno smarcamento rispetto alla decisione politica, limpida quanto responsabile, di favorire la nascita del governo guidato da Monti e di garantirgli il sostegno del Pd. Così, mentre l’adesione di Bersani ad una scelta che aveva inizialmente osteggiato, sembra un atto di lealtà e di generosità politica sincero, i pasdaran del bersanismo fanno mostra di un oltranzismo risentito. Abbozzano, come si dice a Roma, ma continuando a rivendicare la strategia delle “mani nette”. Teorizzano, con una certa dose di opportunismo e di doppiezza, la scelta di una postura che preveda di stare un passo indietro. Laddove la gratitudine del Paese, il riconoscimento di un credito politico, la dimostrazione della capacità di essere davvero una forza di governo invece passano oggi per il contributo che i diversi schieramenti sapranno fornire alla realizzazione degli obiettivi proposti dal Presidente del Consiglio e fatti propri dai partiti che costituiscono la base parlamentare del suo governo: rigore, crescita, equità. Che altro? Non è un programma riformista questo? Non è questo il terreno su cui mettere alla prova se stessi e l’esecutivo nella temperie della crisi?

Fuori da questo programma temo che rimanga solo la paccottiglia di “narrazioni” suggestive quanto inconcludenti. La deriva di un generico antagonismo che si alimenta con i cascami di un cupo eticismo, di un comunitarismo poco rassicurante, di un’idea palingenetica della società, di una rigenerazione radicale che approfitterebbe del baratro in cui siamo caduti per un’opera di purificazione. La ricerca di conferme e di alleanze coerenti con questa cultura porta fatalmente a convergere con alcuni spunti che oggi circolano, comprensibilmente, in settori del mondo cattolico e in parti della sinistra nostalgica della “teoria del crollo”. Ma l’interlocuzione più concreta e feconda, oggi, passa, con buona pace di Fassina, per la valorizzazione di un riformismo liberale che sta dentro ad entrambe le tradizioni e che, se non abbiamo compreso male, rappresentava la scommessa fondamentale del Pd. Ieri la “fusione di orizzonti” poteva apparire come un’aspirazione. Oggi è un dato politico, un elemento di forza originale che può avere il suo battesimo di fuoco proprio adesso.

Qdrmagazine.it

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