Dinamite intorno a Baghdad

By Redazione

novembre 25, 2011 Esteri

L’attenzione mediatica sull’Iraq è ormai da mesi diminuita a causa degli eventi legati alla Primavera Araba e alla delicata situazione siriana. Ma cosa sta succedendo nell’ex feudo di Saddam Hussein, liberato dalle truppe americane nell’ormai lontano 2003?

La situazione politica nel paese pare essersi lentamente assestata con il governo guidato da al-Maliki, appoggiato dal parlamento a partire dallo scorso dicembre dopo lunghi mesi di negoziazione, che sostiene la delicata situazione che permane nel paese. Maliki sta lavorando duro per cercare di stabilizzare il le regioni più turbolente in vista dell’imminente ritiro delle truppe americane (in programma entro la fine di quest’anno) pur trovando non poche difficoltà soprattutto per le posizioni estreme dell’Ayatollah Moqtada al-Sadr e dei suoi seguaci. Ma la conflittualità tra Maliki e Sadr non si limita alla posizione da tenere nei confronti degli Usa. Se da un lato l’ayatollah spinge per la creazione di una forte alleanza tra Baghdad e Teheran in nome della religione, dall’altro il Primo ministro (pur essendo egli stesso uno sciita) accusa l’Iran di ingerenza negli affari interni dell’Iraq, allontanando il sospetto sulla possibilità che in riva al Tigri si stia pensando di assecondare la strategia espansionistica del regime degli Ayatollah.

Proprio la posizione di al-Maliki sta creando non pochi problemi ad Ahmadinejad, che ha tentato in tutti i modi di convincere il leader iracheno a stringere un patto di sangue tra i due paesi, come conferma il consulente per la Sicurezza Nazionale statunitense Tom Donilon. Il quale, nel corso di un suo intervento a difesa delle scelte dell’amministrazione Obama per contrastare il controverso programma nucleare iraniano, ha sottolineato come l’Iran si veda costretto a rallentare la propria preoccupante iniziativa a causa del crescente isolamento in cui si trova. Donilon si riferisce proprio all’Iraq, affermando che Teheran non è riuscito a trasformarla in uno “stato cliente” e che con l’imminente crollo del regime siriano di Assad (uno degli ultimi alleati della Repubblica Islamica), Ahmadinejad e soci rimarranno con il cerino in mano. Ha inoltre aggiunto che “Iran ed Iraq hanno visioni molto diverse sul rispettivo futuro”.

Ma nonostante la situazione politica nel paese paia aver trovato un suo equilibrio, per le strade delle città irachene gli attentati ai danni del personale di polizia e della popolazione civile continuano ad essere all’ordine del giorno. Nella sola giornata di giovedì un attentato in un mercato di Bassora, nel sud del paese, ha causato la morte di almeno 19 persone ed il ferimento di altre 65. La stabilità politica non si sta, dunque, traducendo nella tanto sperata riappacificazione delle fazioni interne al paese. A tale riguardo sono state espresse ulteriori preoccupazioni per l’iniziativa di alcune province a maggioranza sunnita, che si stanno adoperando per ottenere maggiore autonomia. Una mossa che secondo alcuni analisti, oltre ad indebolire ancor di più il già fragile governo centrale, rischia seriamente di innalzare la tensione settaria, già fomentata dall’imminente ritiro del contingente americano.

Motivi di questa tendenza verso la “devoluzione” sembrano essere l’imminente ritiro americano e dal crescente malcontento della minoranza sunnita del paese che non si sente rappresentata da un governo centrale a maggioranza sciita. Da qui il timore di un peggioramento della frattura tra le componenti sunnite e sciite del paese. Ma dopotutto la spinta verso una maggiore autonomia di alcune province è un problema che da anni è presente in Iraq. Essa incarna la forte volontà delle galassie etniche, settarie e tribali che caratterizzano il paese ad avere maggiore controllo sul proprio territorio di “competenza”. L’esempio più noto è quello della provincia di Bassora dove la popolazione ha più volte espresso la volontà di gestire direttamente l’estrazione del petrolio nel proprio territorio, ad oggi riconosciuto come una delle più vaste riserve del mondo. Non si è dunque mai trattato di una vera e propria spinta secessionistica. Almeno non fino ad ora. Qualche giorno fa prò la Provincia di Salahuddin a maggioranza sunnita (di cu fa parte Tikrit, città natale dell’ex rais Saddam Hussein) ha presentato al governo centrale una vera e propria dichiarazione di indipendenza definita da Yahya Kubaisi, analista presso l’Istituto di Studi Strategici iracheno, la “prova che la conflittualità settaria in Iraq continui a farla da padrona”.

Cresce dunque l’incertezza in Iraq, tra le truppe americane che hanno già iniziato a caricare i propri bagagli sull’aereo che le riporterà a casa ed il governo di al-Maliki che pare essere in procinto di perdere nuovamente il controllo del paese.

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