Non di solo tecnico

By Redazione

novembre 24, 2011 politica

La spiegazione è che prima debbono “studiare”. E che non appena avranno “studiato” ed approfondito le questioni sul tappeto, i ministri del governo tecnico guidato da Mario Monti procederanno ad approvare le misure in grado di dare una soluzione alla crisi economica. Ma la spiegazione non convince. Perché il tempo di “studiare” Mario Monti ed i suoi ministri tecnici lo hanno avuto da sempre. Gran parte di loro proviene dal mondo accademico dove si “studia” per professione. E la parte restante viene dal mondo bancario o professionale dove l’attività si fonda sempre e comunque sullo “studio”.

D’altro canto sono mesi che il Presidente del Consiglio passa da un convegno ad un altro, da un editoriale all’altro, da una dichiarazione all’altra e lascia intendere di essere il solo ed unico depositario della ricetta per uscire dalla crisi. Qual è, allora, la ragione per cui le ragioni dell’emergenza che hanno portato alla crisi del governo Berlusconi ed alla formazione-lampo del governo Monti si sono affievolite e l’esecutivo che avrebbe dovuto intervenire con la massima urgenza possibile rinvia quelle decisioni incisive di cui tutti parlano genericamente ma che nessuno conosce nello specifico? La spiegazione, molto più convincente di quella tirata in ballo dal governo e dal pensiero unico conformista che lo sostiene in maniera assolutamente acritica, è che i tecnici si trovano di fronte alla assoluta necessità di fare i politici.

E l’impresa è meno facile di quanto possa apparire a prima vista. Perché Monti sarà stato pure calato in maniera autoritaria dai poteri forti internazionali e nazionali al vertice del paese, ma non può comportarsi come se fosse a capo di una giunta rivoluzionaria di rettori e di banchieri travestiti per l’occasione da colonnelli sudamericani. Deve tenere conto che i provvedimenti del governo dovranno essere presentati in Parlamento e dovranno essere prima discussi e successivamente approvati dalle forze politiche. E deve, conseguentemente, considerare che questo passaggio dovrà avvenire avendo preventivamente accolto il consenso dei partiti che hanno votato in maniera così massiccia la fiducia e delle forze sociali che hanno firmato la cambiale in bianco al gruppo dirigente proveniente da università e banche.

Senza il consenso preventivo, infatti, la maggioranza salterà ed il governo andrà automaticamente in crisi. La prudenza e la rimozione delle ragioni dell’emergenza, dunque, nascono dalla legittima preoccupazione del governo tecnico di non compiere errori politici. Fino a quando si tratta di varare un provvedimento come quello su Roma Capitale che scontenta la Lega, cioè l’unica forza apertamente schierata all’opposizione, tutto va bene. Ma che succede quando si passa a toccare questioni su cui la vasta maggioranza odierna è divisa e lacerata? Il rischio di frattura è dietro l’angolo. E se oggi appare ridotto perché la luna di miele di Monti con l’opinione pubblica rende improbabile la dissociazione immediata di qualche partito, più il tempo passa e più il pericolo diventa concreto.

All’indomani della nascita del nuovo esecutivo si era immaginato che, puntando sull’onda di consenso che lo aveva portato trionfalmente a Palazzo Chigi, il nuovo Presidente del Consiglio scoprisse immediatamente le carte realizzando subito la manovra degli inevitabili sacrifici. Ma non è stata questa la strategia scelta dal governo. Monti preferisce operare in maniera più lenta e più prudente per preparare il terreno politico e sociale ed evitare il più possibile i conflitti. Il tecnico, dunque, ha scelto di diventare politico. Il ché può essere una scelta felice. Ma solo a condizione che la ricerca del consenso non avvenga ad ogni costo e tenendo conto solo delle richieste e della potenziale pericolosità delle forze politiche e sociali maggiori. Perché in quel caso il tecnico diventerebbe un pessimo politico. Gli italiani hanno già dato!

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