Il Risiko dello scudo

By Redazione

novembre 24, 2011 Esteri

La Russia doterà i suoi missili a lungo raggio con testate in grado di arginare lo scudo anti-missilistico Usa in Europa. E potrebbe anche decidere di dispiegare ulteriori sistemi d’arma di ultima generazione, offensivi e difensivi, nelle regioni meridionali e occidentali. E’ quanto ha dichiarato ieri il presidente russo, Dmitry Medvedev. Parole che chiosano efficacemente il disappunto della Federazione Russa sulla disinvolta noncuranza con la quale l’amministrazione Obama sta trattando la realizzazione dello “scudo” che dal 2020 dovrebbe proteggere i paesi Nato dell’area europea da eventuali minacce missilistiche mediorientali, quelle iraniane in testa a tutte. Medvedev e il premier Vladimir Putin avevano più volte chiesto all’ormai ex “tovarish” Obama una dichiarazione ufficiale sul fatto che questi missili sarebbero stati puntati, per l’appunto, solo verso Teheran, e non indefinitamente verso oriente. Ma “Mr. President” ha scelto di temporeggiare, facendo orecchie da mercante. E così la Russia ha colto la palla al balzo, sottolineando alla comunità internazionale di essere ancora una grande potenza militare e di non avere alcuna remora a sottolinearlo. Con grande imbarazzo dell’Occidente, ma tanto, tantissimo gaudio per il serpeggiante nazionalismo che sta tornando ad animare la Santa Madre.

Per alcuni commentatori, la decisione di Medvedev segna il ritorno a grandi passi verso la Guerra Fredda. In realtà, gli attriti tra USA e Russia sono l’ennesimo tassello di un gioco fatto di voci grosse e muscoli mostrati, nel tentativo di ridisegnare una volta per tutte quell’assetto di equilibri internazionali tra grandi potenze che, dalla caduta dell’ex URSS, è venuto a mancare. Una sorta di “Guerra frigida”, come l’ha ironicamente ribattezata oggi il blog satirico Dagospia.

Ieri il presidente russo ha detto che i colloqui sulla collaborazione con Stati Uniti e Nato in merito alla difesa missilistica europea «non hanno prodotto un accordo». Così è passato dalle parole ai fatti, preparando una risposta Made in Russia al progetto Usa di dispiegare lo scudo in Europa entro il 2020. Una risposta che avrà come spina dorsale, più che i paventati missili a lungo raggio, i temibili 9M72 Iskander, missili balistici tattici a corta gittata (poco più di 400 chilometri) che Mosca ha già impiegato pesantemente, e con risultati impressionanti, durante la recente crisi Georgiana, distruggendo oleodotti, installazioni militari e industriali, infrastrutture e vie di comunicazione. Un «moderno sistema di difesa», così l’ha definita il presidente russo, in grado di neutralizzare l’efficacia dello scudo.

La base missilistica prescelta per ospitare l’antidoto al “missile shield” statunitense potrebbe essere quella di Kaliningrad, piccola enclave russa situata al confine tra Polonia e Lituania, strappata al fu Terzo Reich dopo la Seconda Guerra Mondiale e controllata dal Cremlino anche dopo lo scioglimento dell’Unione Sovietica. Un’installazione che potrebbe rivelarsi un notevole imbarazzo non solo per Washington, ma per tutti gli stati europei che si trovano nelle vicinanze. In primis, quelle repubbliche baltiche che con l’ex madrepatria russa intrattengono pessimi rapporti diplomatici mascherati da fredda indifferenza.

Gli Stati Uniti, per parte loro, ribattono che lo scudo sia necessario per la protezione contro potenziali minacce come l’Iran, paese che nel frattempo prosegue imperterrito la sua marcia verso l’atomica. Ma il governo russo, che da mesi attende invano rassicurazioni dalla Casa Bianca circa la collocazione e, soprattutto, il puntamento dei missili statunitensi, manifesta il timore che questa mossa possa indebolire l’arsenale nucleare su cui la Russia si basa per la sua sicurezza. Non solo. Medvedev ha concluso sottolineando che, in assenza di accordi con gli Stati Uniti sulla difesa missilistica, la Russia si riserverà «il diritto di rifiutare ulteriori passi sul piano del disarmo e, di conseguenza, il controllo delle armi».

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