Pierferdi, ma che stai a di’?

By Redazione

novembre 23, 2011 politica

L’inchiesta che sta coinvolgendo Enav e Finmeccanica potrebbe tirare giù una valanga destinata a macchiare la giacca di una nutrita schiera di figure politiche nazionali di primo piano. Siamo ancora nella fase delle indagini, ma i giornaloni non lesinano titoli, e gli inviati delle televisioni non si trattengono dal disseminare i servizi del ritornello della “nuova tangentopoli” per enfatizzare tecnicismi contabili di difficile comprensione al grande pubblico. Dire che sta arrivando una nuova tempesta al pari di quella che travolse il pentapartito una ventina d’anni fa è sicuramente più immediato.

Che sia davvero così, spetterà alla magistratura stabilirlo. Certo, a livello comunicativo, ha aiutato non poco l’imprenditore Tommaso Di Lernia, uno dei testimoni chiave della procura. A sentire Di Lernia non c’è stato nessun complicato meccanismo contabile, nessuna operazione di riciclaggio incomprensibile ai profani. Come scrive Alessandro Trocino sul Corriere della Sera, il prode bussò alla sede dell’Udc con in tasca duecentomila euro. E li lasciò a Giuseppe Naro, tesoriere del partito, ma solo perché il leader non era presente in sede.

Facile no? Così come è estremamente elementare la difesa del leader del Terzo Polo, che lapalissianamente esclude qualunque possibile contiguità morale del Di Lernia con Santa Maria Goretti. Per poi tirarsi sibillinamente fuori: «Non sono io il segretario». Come a dire che del partito non ne sa nulla, che sulla gestione dei finanziamenti non mette il naso perché interessato unicamente alla speculazione politico-filosofica. E che non detiene nessuna moral-suasion rispetto alle liste per le candidature in Parlamento. Date la colpa a qualcun altro, dunque, se qua e là c’è qualche indagato. Se provate a domandargli come sta Cuffaro a Regina Coeli, potrebbe rispondere “Cuffaro chi?”.

Insomma, Casini non è dell’Udc. Dunque se anche l’Udc avesse fatto qualche cavolata, la colpa è di Cesa. Quello con il ditino puntato addosso, insomma, quello che fa le liste e dovrebbe aspettare i benefattori in sede invece di andarsene a spasso. Poi arriva Roberto Rao, che Trocino descrive come “deputato molto vicino al leader e già suo portavoce quando era presidente della Camera”, e conferma che la linea dell'”io-non-c’entro-nulla-chiedete-a-Cesa” non era un maldestro scivolone del leader, preso in contropiede da un giornalista troppo irruento. “Affermazioni ridicole quelle di Di Lernia. È noto a tutti che Casini non ha mai avuto alcun ufficio al partito dal 2001. Questo la dice lunga sull’attendibilità di questo signore”, sostiene Rao. Che rilancia in contropiede la tesi per la quale il leader del centro sia una sorta di venerabile ospite senza chiavi dentro lo scudo crociato.

Non si sa che piega prenderà la vicenda giudiziaria. Né qui si vuole giungere a qualsivoglia conclusione. Occorrerebbe però spiegare a Casini – e a Rao – che non è scaricando la responsabilità su Cesa che si metteranno al riparo dagli schizzi di fango. Ma, soprattutto, che elaborino una strategia difensiva che sia tale. Almeno per non essere inchiodati, prima che dalla magistratura, dal ridicolo.

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