Contro Marchionne

By Redazione

novembre 23, 2011 politica

Cambiano le stagioni, i governi e le stagioni dei governi. E così le tempeste della politica e dello spread lasciano il posto alla presunta ragionevolezza dei piani europei cui conformarsi per arginare la crisi. Tuttavia, in questo clima di apparente stravolgimento dello status quo ante, sulle ali di una auspicata “rinascita” montiana, pare ci sia ancora qualcuno determinato a proseguire sullo stesso cammino intrapreso nel 2003, quando iniziò la scalata in Fiat. L’ovvio riferimento è a Sergio Marchionne, l’ad della fabbrica torinese che piace ad Obama, l’imprenditore di successo che ha chiuso la cravatta nel cassetto, sdoganando una volta per tutte il cachemire (fino a quel momento appannaggio di una certa sinistra bertinottiana).

Figura vincente, apprezzata a livello internazionale, meritevole di aver realizzato l’accordo del secolo con Chrysler, almeno sulla carta. Uno dei propositi che ha favorito l’intesa con una delle più grandi case automobilistiche statunitensi, è stato quello di creare una maggiore occupazione, dando linfa vitale ad un processo produttivo che, in alcuni stabilimenti Chrysler, rischiava di interrompersi.

Nemo profeta in patria… verrebbe da dire. O forse le condizioni favorevoli di un mercato più aperto come quello americano, non imbrigliato nelle maglie delle istanze dei poteri sindacali e dei tumulti degli scioperi generali, giustificano il successo dell’uomo in cachemire oltreoceano. D’altronde l’insofferenza dell’ad Fiat ai vincoli – di ogni genere e a qualunque categoria essi facciano capo – è ben noto: l’uscita da Confindustria ed il violento strappo con la Marcegaglia (che, a voler essere romantici, ci farebbero parlare di lui come di un “ribelle”) ne sono l’emblema. Il dato certo è che il Metodo Marchionne “versione Usa”, ha funzionato.

Altro dato certo, è che  Marchionne ha da pochi giorni reso noto che il gruppo automobilistico Fiat, a partire dal I gennaio 2012, non terrà più conto degli accordi sindacali vigenti nelle fabbriche presenti su tutto il territorio nazionale. I fermenti che si erano creati col referendum del giugno 2010 a Pomigliano d’Arco, le polemiche e i timori che le rappresentanze sindacali e gli operai dello stabilimento campano avevano sollevato due estati fa, si sono trasformati in realtà.  Non era un brutto sogno.

L’applicazione del Metodo Marchionne “versione Italia” ai turni delle catene di montaggio e alle modalità di svolgimento del lavoro in fabbrica andrà via via consolidandosi a partire dall’anno che verrà. Per tutti, per dirne una, mezz’ora di refezione ogni 8 ore di lavoro, per 6 giorni a settimana. Un metodo scientifico, che sull’altare della produttività è pronto a sacrificare i diritti dei lavoratori, ferma restando l’intenzione, già ben avviata sul piano pratico, di trasferire parte della produzione automobilistica oltreconfine.

Dopo l’annuncio, molteplici le reazioni, molto poche le soluzioni: stile italiano. Tutti chiamati a votare sulla opportunità o meno del metodo Marchionne. Tutti, a loro modo, antagonisti ma con riserva. E così il nuovo piano Fiat diventa campo fertile per caratterizzare i personaggi di una commedia nella quale vengono a galla la mollezza dei Bonanni e degli Angeletti (che dai pulpiti della carta stampata, fino ai proclami televisivi, non perdono l’occasione per definirsi “affatto preoccupati” per la scelta di Marchionne), l’eroismo anacronistico di un Landini armato di lance spuntate, la velleità degli appelli al raggiungimento dei “più miti consigli” fatti da esponenti politici smaniosi di cavalcare ancora l’onda di una politica ormai “commissariata” da un pool di tecnici che al momento è in tutt’altre faccende affaccendato. E i lavoratori? Beh, ai lavoratori spetta la celebre pernacchia!

E così, mentre assistiamo all’ennesima rappresentazione teatrale che ci regala un gran senso di angoscia e qualche sbadiglio, non resta che dare per buone le battute dell’uomo in cachemire, che ci rassicura così: “Non abbiamo ridotto la nostra forza lavoro nel momento peggiore della crisi, non intendiamo farlo ora che stiamo lavorando alla realizzazione delle condizioni per crescere nel futuro”. Figuriamoci!

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