Con Marchionne

By Redazione

novembre 23, 2011 politica

L’eroe dei due mondi ragiona con un cervello internazionalizzato e traduce in lingua italiana. Poco importa che abbia il passaporto canadese, lui fa la spola tra Torino e Detroit, si coccola gli stabilimenti di Tychy (Polonia) e Kragujevac (Serbia) ma è assillato da Pomigliano. D’altronde Sergio Marchionne è croce e delizia dell’Italian style che poi tanto Italian non è. Figurarsi ora che in molti lo spedirebbero a Toronto (città dei suoi studi universitari) con un biglietto di sola andata, a coronamento della decisione del top manager di disdettare i contratti nazionali in essere a partire da gennaio 2012.

La mossa di Marchionne rimette in gioco le relazioni industriali di casa Fiat  e rientra nel novero di quelle iniziative da spiegare con la quasi assoluta certezza che non verranno capite. Ridiscutere da zero i contratti è una strategia oltranzista e forse arrogante nei confronti dei lavoratori. Ma si conferma l’unica attualmente percorribile per un colosso che paga stipendi a 80mila persone in Italia (110mila all’estero) e che, da qualche anno a questa parte, è obbligato a ragionare con la testa di una multinazionale per adeguare il sistema produttivo italiano agli standard globali.

In pochi mesi Marchionne s’è ritrovato l’etichetta di manager senza scrupoli e rottamatore (non a caso gode della stima di Matteo Renzi). Davanti a sé ha il futuro di un’azienda che perde quote di mercato e che nel 2012 produrrà 300mila auto in meno. Ecco perché la svolta per lo sviluppo non può non partire dalla modernizzazione dei contratti in chiave di maggior flessibilità e produttività. Obiettivi da raggiungere grazie ad aumento dei turni, riduzione dell’assenteismo, flessibilità dì orario e una clausola di responsabilità che impegna i sindacati a non promuovere scioperi prima della scadenza del contratto. Questo pacchetto di novità agrodolci è già in vigore a Pomigliano e, con tutta probabilità, sarà esteso agli altri stabilimenti.

Misure lacrime e sangue? Forse, o forse no. Parliamo di iniziative in linea con le intenzioni del governo Monti che, di qui a poche settimane, si accinge a riformare il mercato del lavoro per ridiscutere le regole in tema di tutele e mobilità. I diktat dell’Europa, l’attesa dei mercati e l’ansia dello sviluppo premono incessantemente sul nostro paese e Marchionne non ha fatto altro che aprire la strada all’esecutivo, certo, per interessi aziendali e non per amor patrio. Resta il fatto che Fiat agisce da apripista e non poteva essere altrimenti. D’altronde il gruppo torinese è un microcosmo che incarna fedelmente la storia dell’economia italiana: dal capitalismo di stato (dove si collettivizzano le perdite e si privatizzano i ricavi) al faticoso approdo in autosufficienza nel mercato globale. 

Alle soglie del 2012 però, la fabbrica piemontese deve agire con le gambe snelle della multinazionale, tanto più ora che nel portafoglio esibisce lo stemma Chrysler. E’ vero, scrive Raffaella Polato sul Corriere, che la casa statunitense “non si sarebbe salvata senza Fiat”, ma è altrettanto scontato che “oggi Fiat non starebbe in piedi senza Chrysler”. Lo dicono i numeri: i marchi Chrysler, Jeep e Dodge vendono Oltreoceano con crescite a doppia cifra al contrario della 500 (Fiat aveva previsto lo smercio di 50mila unità mensili) che si ferma ben sotto le 30mila vetture ed è l’unico prodotto della casa torinese distribuito negli Usa. Se non bastasse, i modelli fugano ogni dubbio visto che in Italia, ad eccezione della nuova Panda, le neonate Freemont, Thema e Voyager altro non sono che rebranding di Chrysler. 

 La strada è tracciata e la svolta contrattuale pure. Ora la palla passa a Marchionne che, col suo staff e i sindacati, dovrà trovare la miglior quadra possibile sui nuovi contratti ma, soprattutto, impegnarsi seriamente a non tagliare gli investimenti nel Belpaese. Quello sì, sarebbe un tradimento.

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