L’Europa che non c’è

By Redazione

novembre 22, 2011 politica

«L’Europa soffre di un deficit democratico fortissimo». Parola di Pierluigi Battista, editorialista di punta del Corriere della Sera, ospite nel salotto di Reti, l’agenzia di lobbying di Claudio Velardi. Le istituzioni europee, spiega, hanno nascosto «sotto tappeto cose come la rappresentatività, la democrazia e un’identificazione dei cittadini nell’Europa che non sia solo “di tasca”».

E’ proprio nel momento di crisi più nera che il Vecchio Continente fa i conti con quello che è, quello che non è, e quello che avrebbe tanto voluto diventare. «Non esiste una politica estera comune, non esiste una politica tributaria comune. Ognuno, in casa propria, fa come se questa cosa chiamata Europa non esistesse. E l’interesse nazionale va prima dell’interesse comune». Eppure, paradossalmente, «oggi constatiamo come la devoluzione sovranità non va direzione compatibile con i principi della democrazia rappresentativa. Le cose essenziali della nostra vita pubblica non sono più nella sovranità di governi eletti dal popolo. Oggi – spiega Battista – in Europa si assiste ad un vero e proprio rinsecchimento delle radici democratiche».

Un’analisi tagliente, come quelle cui Battista ha abituato i suoi lettori. Del resto l’idea di un’Europa-Leviatano, gestita e controllata da grigi burocrati totalmente indifferenti alle istanze del popolo, è sempre più condivisa. E questa “way of life” europea non fa che rafforzare il disamore della gente per l’istituzione continentale. Così, passata l’Euromania, torna di moda l’Euroscetticismo. Specie quando il Vecchio Continente somiglia sempre più ad una nave che affonda, e ciascuno grida “si salvi chi può”.

«Qualche anno fa dominava una visione salvifica e provvidenziale dell’Europa» dice il commentatore politico di via Solferino. «L’Europa era quella che avrebbe salvato la nostra economia. L’Europa era quella che faceva sì che Francia e Germania lavorassero per la moneta unica anziché farsi la guerra. Chiunque poneva il problema di come si stesse effettivamente costruendo questa Europa, era guardato come un appestato. Essere “euroscettico” significava essere colui che intralciava le “magnifiche sorti e progressive” dell’Europa. Nella sfera di chi fabbricava l’opinione, questi temi non avevano spazio». Difficile che con presupposti come questo si potesse costruire un’unione tanto di nome quanto di fatto. Molto più facile, piuttosto, alimentare la diffidenza. E alla fine ad averla vinta sono stati gli antieuropeisti senza se e senza ma, che oggi possono puntare il dito sulle magagne asserendo, soddisfatti, “ve l’avevamo detto….”.

In tutto questo, l’Europa, bella o brutta, giusta o sbagliata, buona o cattiva che sia, resta colei che dall’Italia attende risposte concrete per far fronte alla crisi. E allo spauracchio di un default sul modello greco. Per questo, secondo Battista: «Vanno fatte quelle cose scritte nella famosa lettera di Berlusconi alla UE». Un compito che tocca al professor Monti e al suo governo.  «Il governo Monti non sospende la democrazia. E’ come una medicina da prendere: questa è e non si scappa. Ma o la mission del governo viene realizzata in tempi incredibilmente brevi, con un pacchetto di liberalizzazioni, con una riforma delle pensioni, possibilmente con meno tasse ma, se necessario, anche con la patrimoniale, oppure si va a picco».  

Per il giornalista del Corriere servono decisioni “shock”. Alla svelta, per giunta. Perché nell’era dei tecnici non c’è più spazio per i lassismi e le tergiversazioni della politica. «Ci dev’essere una risposta nel giro di giorni, non di mesi. Perché se governo tecnico dev’essere, allora faccia solo quello». E i partiti? «I partiti Votino, e non discutano. Il loro compito non è quello di dire a Monti “dammi un sottosegretario”, ma “vai avanti, lavora”».

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