La seconda primavera

By Redazione

novembre 22, 2011 Esteri

Piazza Tahrir, il luogo simbolo della rivolta popolare che ha portato alla caduta del regime di Hosni Mubarak in Egitto, ha ripreso ormai da qualche giorno a bruciare. I movimenti che chiedevano le dimissioni del raìs, ottenute nel febbraio scorso dopo quasi trent’anni di dominio incontrastato nel paese, sono infatti tornati per le strade del Cairo per chiedere a gran voce che la giunta militare si faccia da parte.

Nonostante le imminenti elezioni, i militari egiziani hanno messo in piedi un piano per conservare un ruolo di primo piano sulla scena politica del paese. Le promesse di democratizzazione, alle quali  spesso il governo transitorio ha fatto ricorso per allontanare lo spettro di nuove manifestazioni, non hanno mai realmente convinto la popolazione. L’esercito, non a caso, è sin dai tempi di Nasser il perno centrale su cui ruota l’intera vita politica egiziana rendendo tale partecipazione praticamente inevitabile.

E’ sufficiente osservare la nuova legge elettorale varata in questi mesi per capire come i militari non mostrano di avere alcuna intenzione di defilarsi dalla cosa pubblica egiziana. Con la nuova legge elettorale, che ha ridotto a 498 il numero di membri dell’Assemblea del Popolo, l’esercito si vedrà garantiti 10 seggi che saranno nominati direttamente dal Consiglio Supremo Militare.

Inoltre, secondo gli analisti, il “programma di transizione” architettato dai militari, potrebbe consentire al Consiglio Supremo di conservare de facto il potere nel paese fino alla fine del prossimo anno se non addirittura fino ai primi mesi del 2013, nonostante le elezioni si terranno a partire da lunedì prossimo. Il tutto a causa di un sistema elettorale che spalma su diversi mesi la tornata elettorale.

Ma non è solo questo ad aver spinto nuovamente sulle strade il popolo di piazza Tahrir. Secondo alcune indagini rese pubbliche da Amnesty International, nei 9 mesi trascorsi dalla presa del potere da parte dei militari, in Egitto si sarebbero verificati episodi di repressione addirittura peggiori di quelli tipici dell’era Mubarak. Un elemento che, associato all’allungamento dei tempi della tanto agognata transizione democratica, ha certamente contribuito al riaccendersi delle proteste di piazza ,a cui la giunta militare ha risposto con lo stesso pugno di ferro usato dal regime deposto. Violenza non casuale, però, considerando che il Consiglio Supremo che detiene attualmente il potere è guidato dal 76enne Mohamed Hussein Tantawi, che ha servito il regime di Mubarak per oltre 2 decenni come ministro della Difesa e che dunque conosce bene i metodi utilizzati dal regime per reprimere le manifestazioni ed il dissenso.

Ora il principale timore è quello che, con l’acuirsi della tensione nel paese, il processo elettorale che dovrebbe iniziare lunedì possa subire uno slittamento; eventualità, questa, che non farebbe altro che peggiorare la situazione. Proprio il rischio di un ritardo delle operazioni di voto ha spinto immediatamente l’Occidente a fare pressioni sul Cairo affinché si proceda con il voto nonostante le violenze in corso, che hanno già causato la morte di almeno 39 persone ed il ferimento di oltre 1500 manifestanti). Proprio le pressioni degli USA, che forniscono assistenza per 1,3 miliardi di dollari all’anno al comparto difesa egiziano, potrebbero rivelarsi decisive per scongiurare il rischio di un peggioramento della situazione.

Intanto, proprio a causa dei duri scontri di piazza tra manifestanti e forze di sicurezza, il Gabinetto ad interim ha presentato le proprie dimissioni in blocco. Ma non sarà sicuramente sufficiente a fermare le proteste, tanto che gli attivisti hanno già annunciato che proseguiranno ad oltranza con le manifestazioni di massa fintanto che la giunta militare non lascerà spazio ad un governo che, per quanto transitorio, sia composto esclusivamente da personale civile.

La situazione, dunque, resta critica in una fase estremamente delicata per il futuro dell’Egitto. Grande preoccupazione è stata manifestata a tale riguardo anche dal Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon il quale ha divulgato una nota ufficiale nella quale si è rivolto direttamente al governo transitorio del Cairo chiedendo che venga “garantita la difesa dei diritti umani e delle libertà civili per tutti gli egiziani, incluso il diritto di protestare pacificamente” aggiungendo che è necessaria “moderazione e calma da parte di tutti gli attori per permettere un processo elettorale pacifico ed inclusivo come elemento fondamentale della transizione democratica in Egitto”.

Ma intanto i manifestanti continuano ad occupare le principali strade del Cairo riportando alla memoria quei 18 giorni che hanno cambiato (o forse sarebbe meglio dire “avrebbero dovuto cambiare”) l’Egitto. E mentre Piazza Tahrir si ripopola, contagiando anche altre città egiziane tra cui Alessandria ed Ismailyia (sul Canale di Suez), i leader dei principali movimenti politici sono stati convocati dalla Giunta Militare per un meeting d’emergenza nel quale discutere le mosse da attuare per porre rimedio al più presto alla situazione. I partiti di matrice islamica (Fratelli Musulmani e salafiti) hanno già reso noto che chiederanno ai vertici militari che le elezioni si svolgano regolarmente come da programmi. Posizione analoga è stata espressa dal candidato alla Presidenza Amr Moussa, il quale si auspica che i tempi per il rinnovo del Parlamento possano ridursi il più possibile e che fra otto mesi si possano svolgere le elezioni presidenziali completando il processo elettorale.

Ma se a giovare della conflittualità sociale in termini elettorali continuano ad essere senza dubbio i Fratelli Musulmani, un altro personaggio che cerca di trarre vantaggi dall’attuale situazione: si tratta del candidato alla presidenza Mohamed el-Baradei, che ha colto l’occasione per schierarsi ancora una volta contro i militari, accogliendo le istanze dei movimenti giovanili impegnati nella protesta.

Sono dunque ore decisive per il futuro dell’Egitto, caratterizzate da un clima di profonda incertezza. Ogni piccolo evento potrebbe far precipitare la situazione e ricondurre l’Egitto nel caos più totale. L’unico aspetto positivo, almeno per il momento, è che non si stia delineando una polarizzazione in seno alla società civile scongiurando scenari ben peggiori. Ma non è da escludere che, qualora la situazione dovesse effettivamente peggiorare, si possano verificare episodi di violenza di tipo settario, come già avvenuto in altre circostanze in Egitto (basti pensare agli attacchi ai danni della minoranza copta del paese). Al momento l’unica cosa certa è che il popolo egiziano chiede a gran voce la cacciata della giunta militare che, come si legge sulla pagina Facebook della Youth Revolution Coalition, “non ha nessun tipo di legittimità, sia essa costituzionale, rivoluzionaria, morale o nazionale”.

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