La repubblica delle padane

By Redazione

novembre 22, 2011 politica

Lo hanno notato in molti, tra i commentatori politici che si sono cimentati nella cronaca del dopo-Berlusconi Quater. Sono bastate poche ore perché la Lega Nord del ligio Maroni tornasse ad essere la Lega Lombarda del descamisado Bossi del 1996. E dopo pochi giorni tutto è tornato come ai vecchi tempi. Archiviato il federalismo, archiviate le rivendicazioni sociali, archiviate persino le campagne su sicurezza e clandestini, in via Bellerio si torna a parlare solo e soltanto di secessione e Padania. La Padania, la Narnia de’ noantri (ma come si dirà in padano, noantri?) da sventolare nelle dichiarazioni quando c’è bisogno di ringalluzzire un po’ la vecchia (e un po’ anacronistica) base dell’elettorato leghista, e che somiglia tanto ad uno staterello da operetta. Lo stato libero di Padanas, lo chiamerebbe Woody Allen. O, molto più semplicemente, la Repubblica delle Padane. 

Un vero peccato. Peccato soprattutto che dalla propria esperienza politica la Lega Nord non abbia imparato un bel nulla. Almeno in apparenza. Ovvero che non si diventa un partito da 10% e passa di consensi elettorali inventando nuove nazioni da invadere su Risiko, o parodiando le cerimonie celtiche quasi si trattasse di fare il verso al druido Panoramix. Ma lo si fa, piuttosto, battendo gli avversari politici sul loro stesso campo: la sinistra su lavoro, pensioni e welfare. E, perché no?, persino la destra su legalità, sicurezza e immigrazione. Non è fantapolitica, è una semplice constatazione di quello che gli esiti delle urne ci hanno riservato dal 2008 ad oggi.

Un’ulteriore riprova la si ritrova sul campo, andando a vedere di persona quale sia stata in questi ultimi tre anni la vera (e ben più consistente) base della Lega. Paradossalmente, non la si trova in Veneto, o nella bassa bergamasca. Meglio fare un giro a Mirafiori, il quartiere per eccellenza della Torino operaia. La fabbrica non esiste quasi più, o poco ci manca. Marchionne e il suo gioco delle tre carte industriale hanno scelto che la produzione si fa altrove. Gli altiforni tacciono, ma gli operai ci sono ancora. I metalmeccanici da tre generazioni, quelli per cui la Fiat significava non solo lavoro, ma anche qualcosa di simile alla trimurti “Dio-patria-e-famiglia”. Il fu zoccolo duro del PCI, poi PDS, e DS, ma anche più a sinistra, tra Rifondazione e Comunisti Italiani. Avete presente? Bene.

Provate ora a ficcare il naso nella sezione che la Lega Nord ha aperto nel 2008 al civico 20 di via Daneo. Nel cuore di Mirafiori, in mezzo agli sgraziati palazzoni-dormitorio che sembrano giganteschi alveari. Se vi aspettate di trovarla gremita di folkloristici e un po’ rustici militanti con la camicia di flanella a scacchi rimboccata fin sopra ai gomiti, e magari anche un bell’elmo gallico in testa, siete decisamente fuori strada. Vi si trovano per lo più pensionati, casalinghe, disoccupati, qualche studente e tanti operai. Gli stessi che prima votavano PCI, poi PDS, DS e tutto il resto. Gli stessi che nel 2008 hanno fatto confluire in massa il loro voto sulle liste del Carroccio perché sentivano che era proprio la Lega, e non i partiti identitari della sinistra, a rappresentare per davvero le loro istanze. Per dirla alla Iannacci, quelli che in pellegrinaggio a Pontida non ci sono mai andati. Che non conservano sul comò le ampolle con la taumaturgica acqua del Po. Che il Delle Alpi era solo il vecchio stadio della Juve, e non il Sole. Che la secessione è poco più di una barzelletta. Che la canottiera la indossano sotto la camicia, e non invece della. Che votano Roberto Cota perché ha la faccia pulita e le idee chiare, ma che se vedono passare Borghezio non lo salutano. E che di questa nuova-vecchia Lega di lotta indipendentista forse non sanno proprio che farsene.

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