Destra al governo, sinistra sul web

By Redazione

novembre 22, 2011 Esteri

Lo chiamavano il vento del cambiamento. Ed infatti l’Europa è tinta di blu, il colore che il quotidiano inglese The Guardian utilizza per indicare i Paesi con governi di destra: un grafico interessante da passare in rassegna per dare un’occhiata agli ultimi trentotto anni di evoluzione politica nel Vecchio Continente. 

Dall’1 gennaio 1973 – quando la Gran Bretagna entrò nell’allora Comunità economica europea – al 21 novembre 2011 – il giorno della vittoria dei popolari di Rajoy. Dalla Scandinavia alla penisola iberica, passando per le repubbliche baltiche e i Balcani: Svezia, Finlandia, Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Romania, Bulgaria, Germania, Olanda, Lussemburgo, Regno Unito, Irlanda, Francia, Spagna e Portogallo sono nazioni accomunate da esecutivi conservatori o liberali, comunque ricollegabili alla sfera del centrodestra. Il Belgio è senza governo, l’Italia e la Grecia sono affidate ai tecnici, mentre Austria, Cipro, Danimarca e Slovenia rappresentano le uniche eccezioni, l’unica sfumatura di rosso. 

In dieci anni la galassia socialista – socialdemocratica – laburista si è ristretta, ma promette continuamente di tornare, Italia compresa. Almeno virtualmente.  Soltanto il maggio scorso, quando il Popolo della libertà veniva scosso dalla sconfitta alle Amministrative, era un fiorire di buone intenzioni e si faceva largo l’ipotesi che anche qui, da Milano a Napoli, il web fosse riuscito a fare presa sulla politica: da Nichi Vendola a Giuliano Pisapia, veniva data per certa la mobilitazione di voti grazie al tam tam corso su internet, tra social network e altre piattaforme come tumblr che avevano incanalato il malcontento generale nei riguardi di Silvio Berlusconi e la sua maggioranza. Sei mesi dopo, tutto tace. 

Che la sinistra fosse stata più abile a sfruttare i mezzi multimediali è evidente ancora oggi, se soltanto si torna con la memoria al dibattito all’interno del centrodestra innescato da quella parte della blogosfera che richiamava i vertici pidiellini all’ordine. Che il web sia realmente in grado di spostare voti è ancora tutto da dimostrare: non bastano gli account su Twitter o le fan page su Facebook per tirare le somme. Riecheggia ancora nell’aria l’urlo di Howard Dean, aspirante candidato democratico alla Casa Bianca durante le primarie del 2004, innalzato ad idolo dai media tradizionali perché pareva spopolasse tra i giovani smanettoni di computer: Dean non finì nemmeno nel ticket presidenziale di John Kerry che scelse come candidato alla vicepresidenza John Edwards. 

Sette anni, misurati alla velocità della tecnologia contemporanea, sono tantissimi. Però il quesito non è ancora stato risolto, forse perché non si accetta come risposta il fatto che il web giochi la sua parte, ma non è preponderante e tantomeno decisiva. Buono per organizzare raduni e forme di protesta, ma non per cambiare l’agenda della politica. 

Il 14 novembre, un anno dopo aver vinto le primarie, Pisapia ha definitivamente salutato i compagni di viaggio dalle colonne del sito che lo ha accompagnato per tutta la campagna elettorale. Nemmeno il tempo di pubblicare le foto del primo cittadino milanese che gioca con i bambini davanti a Palazzo Marino dopo una domenica a piedi, con le macchine parcheggiate per far fronte all’inquinamento. 

I suoi sostenitori comunque rimangano tranquilli, perché il sindaco promette di continuare ad incontrarli su Facebook e Twitter. Là dove – dicono – si stia organizzando la resistenza. 

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