Guida all’ascolto del jazz

By Redazione

novembre 19, 2011 Cultura

Qualche giorno fa Fontana scriveva un articolo sull’Opinione, nel quale si dipanava una corretta analisi della ristretta utenza degli ascoltatori jazz italiani. A guardarsi intorno, ci si accorge che in giro per internet sono ben pochi i “manualetti” di avvicinamento al genere che i non iniziati possono utilizzare. Ed invece l’etere è invaso dai consigli per gli acquisti metal, hard rock o addirittura di musica estrema scandinava. Cerchiamo, dunque, di pareggiare, almeno parzialmente i conti.

Avvicinarsi al jazz è per gli ascoltatori di buona musica un passo imprescindibile ed è uno dei tanti salti senza ritorno che ci offre la vita. Una sorta di tuffo dal ponte più alto della città senza l’elastico del bungee jumping. Il jazz ai neo iniziati, se si riesce a somatizzare il primissimo impatto, non lascia spazio nemmeno ai pensieri, alle idee, alla scrittura. Nonostante sia dipinto da moltissimi come una sorta di tappeto sonoro, un dolce luogo dove rifugiarsi quando lo stress non è più sopportabile, in realtà è molto più inibente di quanto si creda. Tra le ritmiche, spesso sfrenate, e la solistica di tromba o sassofono – e quindi sviluppata in tonalità spesso acute – non si riesce nemmeno a capire cosa si sta facendo. Per coloro che si avvicinano al genere, dunque, una premessa è d’obbligo: il jazz non si può assaporare di pancia, ma va prima digerito come concetto in sé, nei suoi movimenti armonici che nulla hanno a che fare con il pop, il rock e, financo, il blues. Va “studiato”, insomma: le proprie orecchie vanno educate, e con pazienza. Se infatti il blues è qualcosa di immanente, di perfettamente collegabile alla sofferenza, alla terra, all’amore, al cotone e agli odori acri del Mississippi, il jazz è, in una sola nota, sia l’ultimo tiro di sigaretta – non fumate che fa male – di una nottata in un qualsiasi locale di Chicago, sia lo spiritual e la trascendenza totale di un coro gospel. Il jazz è matematica e dinamica rapportata all’istinto. Come dire: è tutto e può essere niente. A volte suadente, a volte lascivo è in altre circostanze caotico e può trasformarsi in un aggressivo surrogato armonico di una scala musicale.

Ma andiamo per gradi. Il primo ascolto che un utente dovrebbe fare per avvicinarsi al jazz è il capolavoro dei capolavori del bebop (o meglio del “cool jazz”) “Kind of Blue” di Miles Davis. Mr.Davis è certamente una delle tre figure immancabili se si vuole accedere all’universo della musica degli anni ’50. “Kind of Blue”, con le sue “So What” e “Flamenco Sketches”, è la raffigurazione pratica di tutta la magia che questo genere contiene. Armonia, tranquillità, istinto musicale. Una perfetta – e quando dico perfetta intendo ciò che più si avvicina all’idea di perfezione armonica – commistione di strumenti messi a servizio di uno “swing” – cioè di un modo di intendere e suonare una melodia che prevede la presenza di più interlocutori. Nessuno al mondo ha mai potuto affermare che “Kind of Blue” non sia un album magnifico. Può non essere nelle corde dell’ascoltatore ma quando si è davanti ad una gemma rara non si può scambiarla per bigiotteria. Il secondo piccolissimo sforzo è l’avvicinamento – sempre rimanendo nel bebop o comunque nel “modal jazz” – a John Coltrane, altro gigante della musica mondiale. Sceglietene uno tra i seguenti due: “Blue Train” o “A Love Supreme”. Premete play e fatevi trascinare concentrandovi sull’elaborazione dello swing. Non ne rimarrete delusi. Se “Blue Train” è più “allegro”, “A Love Supreme” è una registrazione intima ma mai noiosa. 

Se superate il primo passo (Davis-Coltrane) avete un universo davanti. Lanciatevi allora in altri album di Davis e Coltrane – con l’accortezza di non superare a livello cronologico il 1968 – e integrate la vostra nuova sapienza con gli album “Sometin’Else” di Cannonball Adderley, “The Black Saint and the Sinner Lady” e “Ah Um” di Charles Mingus – un altro dei giganti di cui sarebbe il caso conoscere a memoria almeno parte della discografia -, Max Roach con il suo “We Insist!” e, tanto per citarne solo un altro, “Brillant Corners” di Thelonious Monk. Una volta superati questi siete pronti per il secondo e osticissimo step: il free jazz.

Cominciate la vostra nuova avventura con “Free Jazz” di Ornette Coleman. Se sopravvivete, cosa piuttosto difficile in realtà, siete uno dei pochi intenditori di questo sottogenere. Vi troverete nelle orecchie un universo completamente differente dal bebop, dal modal o dal cool: avrete Picasso che vi strombazza nei timpani. La confusione magmatica di questi suoni ha in realtà il suo filo d’Arianna: il free altro non è che il collage di idee, schegge musicali o quant’altro vi venga in mente di veloce, guizzante ed istantaneo. Sono le idee del musicista messe direttamente su pentagramma. Se volete continuare lungo questa ardua costa sentitevi uno degli album meno estremi del free: “Out to Lunch!” di Eric Dolphy. Attenzione: potete anche fare l’inverso (cioè prima Dolphy e poi Coleman) ma gli effetti spesso sono opposti a quelli che dovrebbero essere: partire dall’estremo (“Free Jazz”) e poi tornare indietro verso lidi più sopportabili (“Out to Lunch!”) vi consegna la chiave di lettura per abituarvi a sonorità così complesse. Se vedete che sopportate tutto senza problemi avventuratevi negli ascolti di Lennie Tristano e Peter Brotzmann.

Il terzo e ultimo step è la fusion, ovvero il jazz miscelato a musiche africane e suonato con strumenti elettrici. Capostipite del sound fusion è “Bitches Brew” di Miles Davis, anno domini 1970. Se vedete che l’esito dell’ascolto va a buon fine, tuffatevi nei dischi di Jaco Pastorius e dei Weather Report per poi continuare l’avventura da soli magari coadiuvati da qualche consiglio tratto da internet.

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