Mosca gioca alla Guerra Fredda

By Redazione

novembre 18, 2011 Esteri

Tutto lascia presagire che presto la Siria sprofonderà in una violenta guerra civile. Ormai gli indizi conducono in quella direzione, e la creazione della Free Syrian Army (Fsa), composta da disertori dell’esercito regolare siriano, non fa altro che avallare tale supposizione. Come fa giustamente notare il direttore del think-tank Brookings Doha Center Salman Shaikh, “si è raggiunta una fase di militarizzazione della rivolta” che rende ogni giorno più difficile la fine delle violenze. Proprio la Fsa negli ultimi giorni ha portato dei veri e propri attacchi mirati al cuore della difesa del regime. Ha fatto scalpore l’attacco a suon di razzi e granate alla base dell’intelligence aereonautica di Damasco che ha causato la morte di almeno 70 persone.

La strada sembra dunque ormai tracciata, con i due schieramenti decisi a lottare fino alla fine per avere la meglio. Se da un lato i ribelli hanno infatti annunciato che proseguiranno nella loro campagna militare, il regime di Assad non pare assolutamente intenzionato a farsi da parte. A nulla è servita, per il momento, la pressione manifestata dalla comunità internazionale sul leader siriano, con Francia e Turchia che chiedono di fare di più per “ascoltare la voce del popolo siriano”.

La Francia di Sarkozy, che ha rapporti storici con la Siria, ha già preso contatti con il Syrian National Council (che ha sede proprio a Parigi) e ha fatto sapere, per bocca del Ministro degli Esteri Alain Juppe, che l’Eliseo “sta incoraggiando il Syrian National Council  ad organizzarsi al più presto”. Ma la Francia, che fu il primo paese occidentale a riconoscere i ribelli libici come alternativa di governo, ha detto di non aver ancora identificato un gruppo che possa succedere ad Assad in un’eventuale fase di transizione verso la democrazia in Siria. Ed esclude (per il momento) qualsiasi forma di intervento armato nel paese.

Sul versante turco la musica non cambia. Anche Erdogan ed il suo Governo sono ormai da settimane apertamente schierati contro il regime di Damasco e stanno valutando l’ipotesi di imporre nuove sanzioni bilaterali al regime. Inoltre anche Ankara ha iniziato a prendere contatti con il Syrian National Council e, dopo aver offerto protezione ad oltre 7.700 profughi siriani in fuga dalle violenze  in campi sparpagliati sul proprio confine, ha fatto sapere di essere pronta a creare una “zona di difesa” per la popolazione civile all’interno del territorio siriano. Iniziativa appoggiata anche dall’Occidente e dalla Lega Araba e alla quale ha aderito anche il Regno Hascemita di Giordania che ha fatto sapere di essere pronto ad un’iniziativa analoga nella regione meridionale della Siria.

Questo genere di iniziative hanno fatto emergere ancor di più la spaccatura in seno alla società civile siriana. In segno di protesta per l’iniziativa del governo di  Amman. Alcuni manifestanti hanno preso d’assalto la rappresentanza giordana a Damasco lamentando quella che definiscono un’ingerenza da parte del Regno hascemita negli affari interni siriani.

Nonostante le vere vittime della repressione siano i civili, proprio la popolazione appare essere letteralmente spaccata a metà tra sostenitori ed oppositori del regime, soprattutto a causa delle divisioni religiose che la conflittualità all’interno del paese ha contribuito a riportare alla luce. L’esempio di Homs, una delle città che vanta il triste primato per il numero di vittime nelle ultime settimane, è emblematico. Una città in cui le varie comunità religiose (cristiane, sunnite ed alawite) hanno vissuto fianco a fianco fino a pochi mesi fa e che oggi è letteralmente sgretolata dall’odio inter-religioso. Un conflitto che dunque, oltre ad acuirsi giorno dopo giorno, assume anche alcune sfumature settarie in un paese storicamente laico.

Sul piano internazionale continua a stupire la posizione tenuta dal Cremlino. Dopo aver posto il veto, il 5 ottobre scorso, su una risoluzione di condanna presentata al Consiglio di Sicurezza dell’Onu (spalleggiata dalla Cina), la Russia dimostra di essere ancora oggi uno dei pochi paesi ad appoggiare il regime di Assad. Mosca ha infatti fatto sapere di essere contraria ad ogni azione di pressione internazionale volta a deporre il dittatore siriano in quanto, come si evince dalle parole del Ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov, la rimozione di Assad distruggerebbe l’iniziativa sponsorizzata dalla Lega Araba di spingere al dialogo il regime e le sue opposizioni. Ma probabilmente Mosca ha perso qualche pezzo per strada. Proprio la Lega Araba, infatti, ha posto un ultimatum al regime siriano per porre fine al bagno di sangue e ha già provveduto a sospendere la Siria dall’organizzazione. La scusa adottata dal Cremlino, dunque, non regge. Ma allora per quale motivo Medvedev e Putin continuano a sostenere Assad?

Non vi è dubbio alcuno sul fatto che il regime baathista di Damasco sia storicamente legato a doppio filo con Mosca. Ma è altrettanto vero che la Guerra Fredda è ormai finita da lungo tempo. Nonostante ciò il Cremlino continua a tenere una posizione di vera contrapposizione all’Occidente (un altro caso, oltre a quello siriano, è il controverso programma nucleare iraniano e l’opposizione russa a nuove sanzioni nei confronti di Teheran) e sembra di tornare alla politica internazionale di trent’anni fa.

Mosca pare comunque essere inamovibile, nonostante sia davvero rimasta una delle poche cancellerie a sostenere il regime di Assad. E intanto in Siria si continua a combattere, e la tanto temuta polarizzazione si sta lentamente concretizzando. Se nulla di concreto sarà fatto è solo una questione di giorni prima che la rivolta popolare si tramuti in un’ancor più sanguinosa guerra civile.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *