Cosa vuole fare mr. Monti

By Redazione

novembre 17, 2011 politica

Tutto molto bello e molto liberale, tutto molto ben argomentato e documentato, come nelle relazioni di Bankitalia. Come si fa a dire no a Monti? Bisogna dirgli sì, ma il diavolo si nasconde nei dettagli. Il metodo e la tempistica sono ininfluenti forse per l’incedere lineare di una lezione accademica, ma non in politica. E sono questi i punti deboli del bel discorso di Monti: nuove tasse si possono imporre da domani, mentre di riforme strutturali se ne parla «nel tempo» e solo «con il consenso delle parti sociali». Insomma, la tosatura può partire immediatamente e senza lungaggini concertative, mentre per le riforme che servono davvero per la crescita si va dai tacchini a chiedergli di anticipare il Natale, quando servirebbe un piglio thatcheriano invece che un certo gusto per la concertazione. Evidentemente Monti crede di avere molto tempo a sua disposizione e di poter convincere i tacchini facendo “piangere i ricchi”, o i presunti tali.

Auguri, ma temo non sia così facile. E’ ragionevole che il nuovo premier guardi all’orizzonte della fine della legislatura, ma come ogni altro governo, se vuole davvero realizzare le riforme impopolari, farebbe bene a giocarsi tutte le sue carte migliori e a spendere tutta la sua autorevolezza durante la cosiddetta “luna di miele”, in questo caso nei primi due/tre mesi, non oltre febbraio-marzo. Fino ad allora le forze politiche e sociali dovrebbero pagare un prezzo politico troppo elevato per staccare la spina e saranno più inclini a digerire misure sgradite. Oltre questo termine temporale, Monti rischia di farsi impantanare. La sua prosa al Senato è stata molto meno tagliente e icastica di quella dei suoi editoriali. La prudenza con la quale ha evitato di affondare la lama e di scendere nel dettaglio può essere dovuta al fatto che sta ancora elaborando le soluzioni più adeguate, oppure al timore di suscitare forti opposizioni fin da subito. In questo secondo caso, le sue buone intenzioni rischiano di evaporare in Parlamento o perdersi nei riti della concertazione.

Monti è stato abbastanza chiaro su fisco e mercato del lavoro, mentre è stato molto vago su pensioni, liberalizzazioni (delle professioni e dei servizi pubblici locali) e sulle dismissioni. Reintroduzione dell’Ici sulla prima casa; patrimoniale ordinaria, ma solo per ridurre il carico fiscale su lavoro e imprese; tassazione preferenziale per le donne; linea Marchionne per lo «spostamento del baricentro della contrattazione collettiva verso i luoghi di lavoro»; linea Ichino su licenziamenti e welfare. Una nuova disciplina per superare finalmente il dualismo tra iper tutelati e outsider precari ma – ha tenuto a rassicurare Monti – circoscritta ai nuovi rapporti di lavoro, il cui impatto pro crescita quindi potrebbe essere molto limitato e lontano nel tempo. Basti chiedere a qualsiasi azienda quanti dei lavoratori attualmente in organico si sentirebbe di riassumere.

Non si capisce poi perché il mercato del lavoro dovrebbe essere riformato «con il consenso delle parti sociali», mentre l’Ici può essere reintrodotta senza il consenso, per esempio, dell’associazione piccoli proprietari immobiliari. Persino la nostra Costituzione, all’art. 47, recita che la Repubblica «favorisce l’accesso del risparmio popolare alla proprietà dell’abitazione», eppure si tassa la prima casa nella maggior parte dei casi acquistata con il reddito, già super tassato, di una vita. L’esenzione dall’Ici delle abitazioni principali sarà anche un’«anomalia», ma preoccupa che il nuovo premier non abbia bollato con la medesima severità le tante altre anomalie del nostro ordinamento tributario e del nostro modello socio-economico.

Mentre Ici e patrimoniale vedranno la luce in tempi relativamente brevi bisognerà aspettare per una «graduale riduzione della pressione fiscale». Sarà possibile programmarla «nel tempo e via via che si manifesteranno gli effetti della spending review» e della lotta all’evasione fiscale. Non prima della prossima legislatura, se tutto va bene. Tuttavia, Monti ritiene possibile «anche prima, a parità di gettito», modificare la composizione del prelievo fiscale in modo più favorevole alla crescita, cioè spostando «il peso delle imposte e dei contributi che gravano sul lavoro e sull’attività produttiva» sui consumi (Iva) e sulla proprietà. E’ in questo contesto dunque che sembra aprire ad una patrimoniale ordinaria.

Deludenti, perché troppo vaghi, i passaggi sulle pensioni, riguardo alle quali Monti si limita a registrare che «il nostro sistema pensionistico rimane caratterizzato da ampie disparità di trattamento tra diverse generazioni e categorie di lavoratori, nonché da aree ingiustificate di privilegio»; sulle professioni, su cui non va oltre un «riordino della disciplina, anche dando attuazione a quanto previsto nella legge di stabilità in materia di tariffe minime»; sui servizi pubblici locali, riguardo ai quali parla di rafforzamento dell’Autorità Antitrust «in caso di disposizioni legislative o amministrative, statali o locali, che abbiano effetti distorsivi della concorrenza» e di «un’azione volta a ridurre il deficit di concorrenza a livello locale»; e sulle dismissioni, per le quali assicura un «calendario puntuale» ma nulla dice sulla manifesta inadeguatezza della loro entità: 5 miliardi l’anno nel prossimo triennio, 1 punto dii Pil quando ne servirebbero 10.

Va infine sottolineato che non c’è ambito economico in cui Monti abbia prefigurato un’inversione di tendenza rispetto alla strada intrapresa, sia pure in modo tardivo e inadeguato, dal governo uscente. Il suo discorso è stato tutto un «attuare» e «rafforzare» provvedimenti già assunti o in via di definizione. A partire dall’introduzione nella Costituzione del vincolo di bilancio in pareggio e dall’armonizzazione dei bilanci delle amministrazioni pubbliche; dalla «piena attuazione alle manovre varate nel corso dell’estate, completandole attraverso interventi in linea con la lettera di intenti inviata alle autorità europee»; dal «rafforzare gli interventi effettuati con le ultime manovre» per «contenere i costi di funzionamento degli organi elettivi»; dal definire «il programma per la riorganizzazione della spesa, previsto dalla legge 14 settembre 2011, n. 148», coordinando gli interventi con «la spending review in corso», che va «rafforzata» e resa «particolarmente incisiva». Per arrivare al federalismo fiscale, «il governo intende seguirne da vicino l’attuazione», e all’operato dell’ex ministro Gelmini, violentemente contestato dalla sinistra. Ebbene, sulla scuola Monti conferma la centralità dei test elaborati dall’Invalsi e annuncia la «revisione del sistema di selezione, allocazione e valorizzazione degli insegnanti». Per quanto riguarda l’università, osserva che «varati i decreti attuativi della legge di riforma approvata lo scorso anno, è ora necessario dare rapida e rigorosa attuazione ai meccanismi d’incentivazione basati sulla valutazione, previsti dalla riforma».

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