Dopo la casta, il mito statalista

By Redazione

novembre 15, 2011 politica

Si apre nel 2007, con la pubblicazione del best seller di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, la meritoria campagna del Corriere della Sera contro “la casta”. E nel corso degli anni, in un crescendo fino alla crisi di leadership di Berlusconi, diventa martellante, facendo da cornice perfetta a inchieste giudiziarie e scandaletti sessuofobici. Non era il primo successo editoriale sui costi della politica. Prima di loro arrivarono l’ex ministro Raffaele Costa, con “L’Italia degli sprechi” (1999) e “L’Italia dei privilegi” (2002), e il duo Salvi-Villone con “Il costo della democrazia” (2005). Ma Stella e Rizzo avevano dalla loro le bocche di fuoco di Via Solferino e dell’establishment culturale, economico e finanziario di cui il quotidiano è solo una delle voci.

Da quando poi la Confindustria ha perso ogni fiducia nella capacità del governo, e della politica in generale, di affrontare la crisi con efficaci misure di rilancio dell’economia, alla campagna contro la casta si sono associati i media degli industriali. Il Sole24 Ore e, in modo veemente, quotidiano, Radio24, con le sue trasmissioni di punta del mattino e “La Zanzara”. Alla fine la campagna ha successo: l’opinione pubblica è disgustata ed esasperata, i politici sono costretti a umilianti atti di contrizione, ad ogni livello di governo si dimenano in diversivi per salvare il salvabile dei loro privilegi, ma la bufera finanziaria che si abbatte sui titoli di Stato italiani è la classica goccia che fa traboccare il vaso, o in questo caso l’ondata, e li manda ko. Insieme a Berlusconi tutti i partiti fanno volentieri un passo indietro, lasciando in piena curva il volante a un governo di soli tecnici guidato da Mario Monti, esito che probabilmente il Corriere – e i poteri più o meno deboli di cui è espressione – si auguravano/prefiggevano fin dall’inizio del loro attacco alla casta. Bene, bravi, bis.

I nostri politici se la sono cercata e si sono rivelati miopi e inetti. Tuttavia, ora che abbiamo vivisezionato e denunciato tutti i privilegi della casta, e ora che la politica si è dovuta accomodare sul sedile posteriore, sarebbe il momento di lanciare una campagna altrettanto spietata sui tanti privilegi della gente comune, altrimenti non ci salviamo. Gli italiani s’illudono infatti che la casta sia solo quella dei politici, che un bel taglio alle loro parcelle basti a salvare il Paese. Un’illusione pericolosa, perché quando il mondo ti avverte che non ti farà più credito a buon mercato, e ti intima di cambiare comportamenti, nessuno è disposto non dico a fare sacrifici, ma a mollare un’unghia delle proprie costose abitudini: è colpa dei nostri politici, paghino loro, o al massimo “piangano anche i ricchi”. Ora che siamo sull’orlo del baratro, e che non c’è più l’alibi di Berlusconi, è forse il momento di un’operazione verità: le caste, a cominciare dai giornalisti e dal mondo dell’editoria, abbondano nel nostro Paese e tutte – nessuna esclusa – hanno contribuito al dissesto finanziario, produttivo e culturale. La cultura statalista e corporativa dominante, a partire dalle scuole fino ai mass media, ha semplicemente inculcato nella testa degli italiani l’idea che ad ogni cosa ci debba pensare lo Stato, sottintendendo la gratuità dei suoi servizi e delle sue opere.

Ebbene, oggi che l’evidenza empirica dimostra l’insostenibilità non solo del socialismo reale, ma anche dello stato sociale europeo del ‘900, sarebbe ora che i grandi giornali italiani si occupassero di rimediare a questo grande inganno culturale con la stessa intensità con la quale hanno combattuto la casta dei politici. Perché se gli italiani non si risvegliano dal profondo sonno statalista in cui sono precipitati, il governo dei tecnici potrebbe non avere il sostegno necessario a riparare le falle della nostra barca.

Sotto esame, dunque, insieme al nuovo esecutivo Monti, c’è tutto quel mondo editoriale, accademico, intellettuale, che da anni sui giornali bacchetta la politica – a ragione – per la sua improduttività e i suoi privilegi. Ora alcuni dei più illustri rappresentanti di quel mondo avranno la possibilità di dimostrare le loro capacità di governo (e se governare non fosse poi così facile come scrivere editoriali?), ma ancor più decisiva e urgente è l’operazione culturale contro il mito statalista. Non ci sono alternative. State certi che tutti i privilegi che la gente comune ha (e non si rende neanche conto di averli), e che non esistono in altri Paesi, verranno spazzati via uno ad uno. Da uno statista (improbabile), o da un branco di famelici creditori (ad oggi più probabile).

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