Una sfida per tutti

By Redazione

novembre 13, 2011 politica

Se «la fronda di Fini è il peccato originale della legislatura», Berlusconi ha sbagliato a non ascoltare quanti a lui vicini suggerirono, già all’indomani della rottura nell’ormai storica Direzione nazionale, di cacciare via tutti dall’Eden e di non farsi logorare. Ma ormai il latte è versato e anche se non c’è mai nulla da festeggiare nella nascita di un governo non legittimato (non in via diretta) dalla volontà popolare, è tuttavia una medicina amara che il Pdl non poteva rifiutarsi di ingoiare. Sì, la forzatura istituzionale è evidente, e assume tratti preoccupanti per la pressione internazionale esercitata a favore dell’ipotesi Monti, ma l’emergenza è innegabile e Berlusconi, i partiti di maggioranza, non sono certo senza peccato. Non s’era mai visto che neanche aperte le consultazioni il premier in pectore fosse già al lavoro. Ci sta che come un pugile frastornato il Pdl abbia faticato a comprendere cosa stesse accadendo nell’ultima settimana e di conseguenza non abbia saputo assumere velocemente una linea netta tra elezioni immediate e sostegno a Monti. Le democrazie, se vogliono funzionare nel mondo di oggi superveloce e globalizzato, devono sempre più somigliare al cda di un’azienda, con simili capacità e rapidità decisionali, altrimenti rischiano di essere commissariate. L’Italia (così come l’Unione europea) è tra gli Stati occidentali meno attrezzati dal punto di vista dei meccanismi istituzionali, troppo farraginosi, ma è un grande tema cui non ci si può sottrarre e di cui le forze politiche devono essere consapevoli. E’ comprensibile il fastidio per una soluzione elitaria e tecnocratica, ma intraprendere la strada del “tanto peggio tanto meglio”, cedere al populismo anti-mercatista e anti-finanza, comeindignadosqualsiasi, sarebbe puro autolesionismo per un grande partito di governo come il Pdl.

Certo, la sconfitta politica è innegabile e cocente. Ma pur con le attenuanti generiche di un sistema politico malato di ingovernabilità e di un’aggressione mediatico-giudiziaria senza precedenti, per cui si è distrutta l’immagine del Paese pur di distruggere quella di Berlusconi, non c’è dubbio che la causa prima va individuata nello scarso tasso di riformismo del governo e della maggioranza, che non hanno voluto/saputo somministrare al nostro Paese la cura liberale, che pure era stata promessa fin dal 1994, per le malattie più gravi che ci affliggono: spesa pubblica e pressione fiscale a livelli insostenibili; alto debito; privilegi corporativi.

Nei prossimi mesi il Pdl dovrà sostenere un vero e proprio esame di maturità: dovrà analizzare a fondo limiti e inadeguatezze dal punto di vista liberale e riformatore della propria esperienza di governo; dovrà vigilare rispetto ai rischi e alle trappole che si nascondono nella fase politica che si sta aprendo; il tutto restando unito e senza bocciare apriori il tentativo di Monti, nel 1994 scelto proprio da Berlusconi come commissario europeo. Almeno in teoria, infatti, il presidente della Bocconi è chiamato a realizzare le riforme liberali che il centrodestra non è stato in grado di realizzare e che la sinistra odia. Il Pdl ha in questo un grande vantaggio: al contrario del Pd non ha pregiudiziali ideologiche sulle ricette che la Bce, l’Ue e i mercati ci chiedono – e, non scordiamocelo, che sono anche nel nostro interesse di italiani.

Certo, bisognerà vedere se Monti vorrà e saprà fare quelle riforme. Il rischio concreto, com’è già accaduto in passato, è che il governo dei tecnici se la cavi con una patrimoniale subito e faccia leva sulla propria credibilità e sul favorevole atteggiamento dei media nazionali e internazionali per allentare la tensione dei mercati, rimandando le riforme decisive per la crescita (tasse e lavoro), che sono quelle più scomode per la sinistra. Così facendo, dilapiderebbe il suo “momentum” di poche settimane, due/tre mesi al massimo, trovandosi molto presto impantanato, e la ritrovata stabilità italiana sarebbe di nuovo fondata su un’illusione contabile, senza un reale cambiamento nei comportamenti e nel modello socio-economico. Rispetto a tale prospettiva purtroppo probabile, il Pdl però dev’essere cosciente che è nel suo interesse che Monti riesca sulla base del programma europeo. Perché se riesce, e se quelle ricette dovessero funzionare, a trarne vantaggio in vista delle prossime elezioni sarà la forza politica che con più convinzione l’avrà sostenuto. E oggettivamente il Pdl, più del Pd, è nelle condizioni di appoggiare certe riforme.

Quali i rischi e le trappole che si nascondono in questo cammino? Non è un mistero che le forze centriste guidate da Casini mirano a liquidare il bipolarismo e alla disgregazione del Pdl, per porsi come unico soggetto aggregatore dell’area moderata, con una esclusiva identità democratico-cristiana, marginalizzando il pur imperfetto progetto fusionista che invece è alla base del Pdl. Il Pd, da parte sua, si augura che dall’esperienza comune di appoggio al governo Monti possa finalmente nascere l’alleanza moderati-progressisti contro la destra. Se quindi il governo dei tecnici offrisse l’occasione e i tempi per inseguire simili disegni, che nulla hanno a che fare con l’affrontare l’emergenza finanziaria, per esempio tramite la riforma della legge elettorale, il Pdl dovrà essere pronto a rovesciare il tavolo.

Ma questa nuova fase rappresenta una sfida non solo per il Pdl. Anche per la sinistra, che non avrà più l’alibi di Berlusconi, si dovrà misurare con un governo di professori catto-liberisti, e dovrà finalmente assumersi la responsabilità di una visione e di scelte di merito. Sotto esame però è anche tutto quel mondo intellettuale e accademico che da anni si esercita sui giornali in dotti editoriali e bacchetta la politica per la sua improduttività e i suoi privilegi. Ora i più illustri rappresentanti di quel mondo avranno la possibilità di dimostrare le loro ragioni e il loro valore. E se governare non fosse poi così facile come scrivere editoriali? Già dalla composizione della squadra e dalle prime misure si comprenderà molto delle reali intenzioni e delle chance del governo Monti.

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