La vittoria delle lobby

By Redazione

novembre 11, 2011 politica

“Possiamo farcela”. Il titolo del fondo dell’altro ieri di Ferruccio De Bortoli offre una chiave di lettura del prossimo incarico di formare il governo a Mario Monti e della rinuncia del Pdl a puntare sulle elezioni anticipate a febbraio. La lettura è semplice: la lobby del Corriere della Sera ha vinto la sua battaglia ed ora incoraggia se stessa ad affrontare con ottimismo la grande prova che si trova davanti.

Questa chiave di interpretazione della accelerazione della crisi verso lo sbocco del governo tecnico guidato dall’economista neo-senatore a vita non è affatto forzata. E’ un dato oggettivo che da alcuni anni a questa parte il quotidiano di via Solferino conduce una battaglia senza esclusione di colpi contro l’intera classe politica definita “casta”. Sono anni che accanto a questa campagna lo stesso giornale porta avanti una offensiva sempre più intensa contro Silvio Berlusconi e la maggioranza di centro destra ed, all’insegna del cosiddetto cerchiobottismo, polemizza, sia pure con intensità minore, con le opposizioni di sinistra all’insegna della tesi secondo cui è l’intera classe politica italiana ad essere inadeguata ed impreparata . Sono ormai mesi, infine, che intrecciando le due campagne il Corriere della Sera si fa promotore di una soluzione alla crisi economica che passi attraverso un sostanziale esautoramento della classe politica e la formazione di un governo tecnico guidato da Mario Monti, che non è solo un economista di vaglia e un ex commissario Ue ma è anche una degli editorialisti di punta del giornale.

La volta indicata da Giorgio Napolitano sotto l’incalzare dell’aggressione monetaria al nostro paese ed accettata da Silvio Berlusconi sta, dunque, ad indicare che le tre campagne congiunte hanno centrato perfettamente l’obbiettivo prefissato. La lobby dei poteri forti ha dunque vinto. A fare un passo indietro è Silvio Berlusconi. Ma non solo in qualità di Presidente del Consiglio costretto alle dimissioni o di leader di uno schieramento politico che ha fallito e che è stato battuto ma come rappresentante dell’intero mondo della politica. Che ora butta la spugna di fronte alla crisi incalzante, dichiara la propria debolezza nell’affrontare il gioco duro dei mercati, ammette la propria incapacità di portare avanti iniziative politiche capaci di superare gli angusti confini domestici ed essere al passo con quelle di dimensioni e di portata europea e globale degli altri paesi.

Può essere un paradosso che un uomo dell’antipolitica come Berlusconi debba oggi uscire di scena come espressione di una intera classe politica. Ed è ancora più paradossale che lo faccia non solo in nome e per conto dei propri seguaci ma anche di tutti quei politici antiberlusconiani che lo hanno demonizzato e braccato in tutti questi anni. Ma tant’è. La nascita del governo tecnico della lobby dell’antipolitica segna il fallimento definitivo dell’intera classe politica. Ed apre uno scenario che in gran parte ricalca quello già vissuto al momento del crollo della Prima Repubblica.

In questo scenario è previsto che il governo tecnico faccia al più presto quelle misure di lacrime e sangue (patrimoniale, prelievo forzoso, aumento di tasse, ecc.) su cui le forze politiche non hanno voluto e non vogliono mettere la faccia. Ma è anche previsto che i partiti disposti a sostenere, sia pure senza un coinvolgimento politico formale, il governo in Parlamento, accettino senza alcuna possibilità di difesa la loro progressiva perdita di ruolo e di identità. In attesa che dopo il lavoro di preparazione del governo tecnico della lobby dell’antipolitica giunga dalla società civile del paese una nuova ondata di antipolitica destinata a provocare il ricambio complessivo della classe dirigente.

In sostanza, dunque, si ricomincia da capo. Solo con qualche disillusione in più. Con la certezza che ancora una volta in Italia la spuntano in maniera golpista le forze della conservazione, dell’immobilismo e del privilegio. E con la previsione che la vicenda metterà le ali a tutte le forze più estremiste della destra e della sinistra.

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