Carceri favelas

By Redazione

novembre 11, 2011 politica

“La verità di oggi è quella di carceri che assomigliano sempre di più a favelas ingabbiate, dove il personale vive situazioni di grande stress e sempre più si vergogna per le risposte che non riesce a dare alle istanze dei detenuti e dei cittadini sul pieno riconoscimento di diritti fondamentali che esse devono assicurare, come quello alla salute ed alle cure mediche, ad una adeguata alimentazione, al diritto di ricevere una branda per la notte, a quello di poter utilizzare in modo ordinario docce, gabinetti, lavandini.. così come di poter essere, seppure minimamente, garantiti da eventuali rischi d’incendio, di malattie infettive..”

La prima parte dell’editoriale sulla questione delle carceri italiane stavolta l’ha scritta Enrico Sbriglia, un sindacalista del Sidipe, il sindacato dei dirigenti penitenziari, che con queste parole esprime bene cosa provi oggi chi lavora a contatto con i detenuti italiani. La burocrazia para borbonica che purtroppo governa l’intera giustizia penale e civile italiana, con la sua “appendice carceraria”, per utilizzare un’espressione di Marco Pannella che spesso sentiamo durante le sue chilometriche chiacchierate della domenica, generalmente con Massimo Bordin e talvolta anche con l’amico de “L’opinione” Valter Vecellio, ha prodotto questo mostro di ferocia ed  insensibilità. Ben riassunto nelle parole a suo tempo “dal sen fuggite” a un non rimpianto guardasigilli leghista, l’ingegner Robro Castelli, che quando già nel 2003 si parlava di sovraffollamento (e poi tre anni dopo anche grazie all’intervento di Giovanni Paolo II ci fu l’indulto) affermò “che le galere non possono essere alberghi a cinque stelle”.

Nella distanza siderale tra le parole di Castelli e quelle di Sbriglia, cioè tra un politicante e un addetto ai lavori, c’è tutto il dramma delle istituzioni italiane, non solo quelle penitenziarie. E ancora prima della mancanza di fondi e della velleità dei vari piani carceri che si sono susseguiti in questo scorcio di legislatura, sta proprio nel cinismo  delle forze politiche più forcaiole (Lega Nord e Italia dei valori tanto per capirci) il vero dramma in essere, il vero “nucleo di shoà”, sempre per citare Pannella.

Dice Sbriglia che “come più volte abbiamo ribadito, noi siamo servitori dello Stato e non complici di illegalità.” E in tal senso “se per risolvere il problema del sovraffollamento delle carceri il Parlamento dovesse pensare all’amnistia noi direttori non ne saremmo scandalizzati o indignati. Ci indigna invece ciò che ogni giorno siamo costretti a vedere e subire”.

Le parole sono chiare, i concetti pure. Non ci sono le condizioni? Si creino lealmente senza paura di perdere voti se la causa è il risanamento di un’istituzione come è il carcere. Perché se deve essere certa la pena per chi commette reati, la Costituzione vuole che sia allo stesso modo probabile, o almeno possibile, la riabilitazione e il reinserimento dell’ex detenuto. Se il carcere è un’istituzione non può essere negletto come una discarica abusiva della camorra. E i magistrati di sorveglianza potrebbero anche loro cominciare a prendere decisioni clamorose (anche quelle assicurano prime pagine sui giornali senza usare la scorciatoia del gossip delle intercettazioni tra vip, potenti e escort, ndr). Come quella del magistrato della California che ha già annunciato che entro poche settimane sarà liberato il medico di Michael Jackson condannato a quattro anni per avere involontariamente fatto morire la rock star con le prescrizioni e le somministrazioni di barbiturici . E sapete perché? A causa del sovraffollamento delle prigioni locali. Punto. Non c’è altro da dire.

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