Eccesso di lucidità

By Redazione

novembre 10, 2011 Cultura

Diciassette anni sono quasi una vita. E c’è chi nel ’94 non ne aveva abbastanza. Troppo pochi per capire molte cose, ma sufficienti per essere affamati di linee di demarcazioni manichee e per ricordarsi la musica dell’inno di Forza Italia. La generazione dei venticinquenni non è in grado di dire se quel manicheismo di cui si nutriva da adolescente e per il quale aveva sempre bisogno di sapere se quell’uomo lì era buono o cattivo, quel sindaco sapeva governare o meno, se i politici avevano tutti ragione o solo alcuni di loro, era solo il modo in cui dei bambini testardi categorizzavano la realtà. O se invece lo specchio di un modo di vivere e pensare tutto italiano. Che ancora oggi permea alcuni spazi collettivi.

E con questo non si vuole dire che il bug di quel modello interpretativo sia del berlusconismo. Mentre in tanti si lanciano nelle ricostruzioni storiche dal ’94 a oggi, ci sarebbe bisogno di uno sguardo più profondo. Quando finisce una storia, non si ha mai la certezza che sia finita per sempre. Soprattutto non è quello il momento di valutarne il senso, capirne i problemi. Occorre guardare avanti e cercare soluzioni di sopravvivenza. Le considerazioni verranno dopo, a tempo debito, e probabilmente spetteranno alle generazioni che ci seguiranno. E poi in questi venti anni, non c’è stato solo Berlusconi. Lo sappiamo tutti. Terminata la sua epoca (forse), riaffiora la sensazione di tanti anni fa: quella che il mondo viva in un’eterna dicotomia tra i buoni e i cattivi. Accompagnata però, oggi, dal desiderio imperante di nascondersi, della neutralità del “sono tutti uguali”. E qualunquismo comincia a fare rima con pessimismo. E peggio ancora con relativismo.

Perché oltre le vicende politiche di queste settimane – che è sacrosanto che occupino le colonne dei giornali, della televisione e di qualsiasi mezzo di comunicazione a disposizione – c’è tutto un mondo sommerso nel limbo della sfiducia. E si può discutere anche sull’opportunità che non emerga, se quando viene fuori, è quell’universo di pochezza che regala più click alla Smart della Pascale che “nella lunga notte della crisi” compare a Palazzo Grazioli, più che a qualunque altra notizia. C’è chi scrive di banalità e chi non si fa mancare il tempo di leggerle. E probabilmente parliamo degli stessi italiani per i quali i politici sono una casta di corrotti e di ladri, le regole vanno rispettate solo se condivise, c’è sempre qualcuno che vuole fregarti, siccome in tanti non lavorano anche io faccio il minimo sindacale e chi più ne ha più ne metta. Si semplifica, è ovvio. Ma i discorsi da bar cominciano a fare breccia anche negli uffici, nelle scuole, nelle università. E in quelle famiglie che un ventennio fa cercavano di insegnare ai loro figli anche una cultura politica. È grave perché si respira un’immaturità generalizzata, difficile da recuperare. Oggi la distinzione netta tra giusto e sbagliato -tra Pci e Dc, per capirci, nella quale tanti di noi sono cresciuti-, deleteria, origine e conseguenza dell’immobilismo della società italiana, cede il passo al vuoto dei parametri di scelta e delle scelte stesse.

La crisi non è il momento in cui si mettono dei punti, si ha il coraggio di decisioni, si comprendono le direzioni di marcia. Per sua stessa definizione, la crisi è un momento magmatico, pericolosissimo e ingestibile. Se lo si affronta senza guide che indichino dove guardare. E noi siamo in crisi.

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