Nazi Star Trek

By Redazione

novembre 9, 2011 Cultura

La lingua tedesca su noi italiani, quando non la conosciamo, ha sempre generato uno strano effetto. Sia che venga utilizzata per dire frasi dolci e d’affetto che per le previsioni del tempo, la percepiamo come minacciosa. Penso che la ragione principale sia legata ai tanti film ambientati durante la seconda guerra mondiale. In queste pellicole, che si parli di italiani, francesi, polacchi, inglesi, russi o americani, il tedesco è la lingua del nemico, difficilmente viene doppiata (per ragioni narrative si doppia solo l’idioma del protagonista) e, anche quando lo si fa, l’accento tedesco è sempre marcato e inconfondibile. E così, che sia un ragazzino ebreo nascosto in uno scantinato o un soldato alleato persosi in una foresta,  la voce del “tedesco” anche se in lontananza, ha sempre significati un pericolo in arrivo, un confronto con la morte da cui cercare di fuggire in ogni modo. Nonc’era, e non c’è, bisogno di mostrarlo, basta quel particolare suono a generare suspense e, in ambito cinematografico, espedienti del genere possono fare la fortuna di una pellicola.

Tanti film, discorsi di Hitler rivisti in documentari, spettacoli teatrali, canzoni e altro, hanno quindi finito con il creare uno strano rapporto tra il nazismo, il razzismo e lo spettacolo in generare, e non solo dalla prospettiva dello straniero, come siamo noi, ma anche da quella del tedesco stesso. Basta dare un’occhiata alla rassegna stampa di questa settimana per vedere come ben tre “notizie”  dimostrino   abbastanza bene questa relazione così problematicità proprio perché ancora parzialmente irrisolta. E così, semplici esternazioni o dettagli dell’immenso mondo legato allo spettacolo diventano “notizie” solo perché in qualche modo offrono una lettura particolare sul nazismo o sul razzismo in generale.

Il nome di Eske Wollard, teologa, non dirà nulla in Italia e, per quanto ne so, non dice nulla neanche in Germania. Eppure la sua recente affermazione durante un convegno a Lipsia sul tema delle discriminazioni sta facendo il giro del mondo: “Pippi Calzelunghe è una razzista”. La ragione? “Tutti i personaggi bianchi sono positivi, quelli neri invece sono spesso cattivi”. Ed è vero che in Germania Pippi Calzelunghe, nonostante sia un personaggio svedese, ha una popolarità simile a Topolino, ma il come si prenda la palla al balzo (in primis l’ha fatto la Bild) per dare megafono ai soliti argomenti, senza contestualizzare ogni situazione, ragionando con la mente di oggi su di un passato che aveva altre convenzioni, percezioni ed esigenze di mercato (anche il Tintin di Hergé è appena stato dichiarato razzista per una sua edulcorata  avventura a fumetti in una colonia belga in Africa), è indicativo per capire quanta attenzione si ponga sempre sull’argomento. Allo stesso modo sta facendo il giro del mondo la “notiziona” che tre giorni fa, dopo 43 anni, in Germania si sia potuto finalmente vedere la puntata “Pattern of force” di Star Trek. Un episodio in cui il capitano Kirk, il dottore Mc Coy e Spock atterrano sul pianeta Eos trovando una società governata da nazisti, con tanto di dittatore. Ci sono divise SS da tutte le parti, gli stessi protagonisti “positivi” vestono delle svastiche, ma ciò che più era pericoloso secondo le autorità della Germania dell’Ovest del 1968 era che il nazismo veniva per certi versi presentato come positivo dal tiranno, come uno stato di quiete dopo l’anarchia, e le sue ragioni erano in qualche modo anche persuasive. Ne fu logicamente vietata la trasmissione, e così a distanza di quarantore anni quello che era un semplice episodio, è diventato un vero e proprio evento televisivo.

L’ultima “notizia” è forse la più importante visto che è il primo caso televisivo (e quindi parliamo di un pubblico che si misura in milioni di persone) in cui si parla di nazisti “buoni” e “compassionevoli”. Parlo di ben due film tv realizzati dallo stesso regista Nico Hoffman. Il primo, in due puntate è stato appena trasmesso sulla Ard, la prima rete pubblica tedesca, ed è incentrato sulla storia del sottomarino U-156 che prima sparò un siluro alla nave mercantile britannica Laconia, ma poi ne salvò i naufraghi (il Laconia veniva utilizzato anche per evacuare civili stranieri dall’Egitto) fino a consegnarli ad una bave francese di Vichy. In questa versione romanzata della storia, a fare la parte dei cattivi sono i soldati inglesi e polacchi appena salvati, che non ne vogliono sapere di metter da parte l’ascia da guerra e ringraziare sommessamente, mentre tra il comandante dal cuore d’oro Werner Hartenstein e una delle sopravvissute nasce persino del tenero. Come fa notare Andrea Tarquini in un suo interessante articolo, «Il  film riabilita persino l’ammiraglio Karl Doenitz, poi condannato dagli alleati come criminale di guerra, perché esprime comprensione per il comandante dello U-156. “Ci sono anche gentiluomini tedeschi, non solo gentlemen inglesi”, dice il comandante del sommergibile in una sequenza». Il secondo film invece è dedicato a Erwin Rommel, la “volpe del deserto”, che nel 1944 diede addirittura appoggio all’operazione Valkiria, ovvero il fallito attentato a Hitler nella Tana del lupo (ps: quest’estate sono stato in Polonia a vedere ciò che resta di quei bunker, prima o poi ve ne scriverò qualcosa, è stato molto emozionante) che gli costò la pena di morte. L’immagine che si dà di lui non è quella di un militare nazista che, anche se tardi, cerca di fare la scelta giusta, ma di un voltagabbana che proprio per questo si è meritato l’esecuzione da parte della Gestapo. Insomma, “cornuto e mazziato” come si dice a Roma, persino da quegli stessi tedeschi che, almeno in questo caso, avrebbero potuto vantarsi di aver e avuto un geniale stratega militare coinvolto fino ad un certo punto con i crimini nazisti.

Le polemiche, qui in Germania, vanno avanti da giorni e non si fermeranno presto. Qualsiasi rappresentazione che si dà del nazismo o del razzismo in generale, sia che siano di indulgenza che di condanna, sia che vogliano rivolgersi finalmente al futuro che rimangano attaccate al passato, ci sarà sempre qualcuno che avrà da ridire. E forse questa, più di ogni altra cosa, è la condanna che più peserà sulle nuove generazioni di tedeschi.

berlinocacioepepe

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