Senza il fattore B

By Redazione

novembre 8, 2011 politica

Per la prima volta il mondo politico italiano è costretto a misurarsi con l’assenza del fattore B e chi non l’ha ancora capito, chi ancora teme (o spera?) in un colpo di coda, farebbe bene a guardare in faccia la realtà per non farsi trovare impreparato. Berlusconi annuncia che si dimetterà e che non si ricandiderà alle prossime elezioni. Non credo porrà la fiducia sulla legge di stabilità e sul maxi-emendamento con le misure promesse all’Ue, con il retropensiero di ottenere un reincarico da parte di Napolitano, perché ricostituirebbe di colpo l’alibi che con questa mossa ha voluto togliere sia alle opposizioni che ai dissidenti della sua maggioranza. Invece, portando in aula almeno una prima parte del programma che Ue, Bce e Fmi ci chiedono di attuare nel più breve tempo possibile, ma avendo tolto di mezzo la questione politica che riguarda la sua persona, dimostrerà in Parlamento quali forze politiche sono in grado per davvero, nel merito, di adempiere ai doveri necessari per portarci fuori dalla crisi. Le opposizioni dovranno consentire di accelerare i tempi e se il Pd non dovesse votare il pacchetto pur avendo sul tavolo le sue dimissioni, sarà la dimostrazione senza bisogno di aggiungere altre parole che un governo “tecnico”, di unità nazionale, è semplicemente impensabile, e dunque che chi lo invoca ha in mente la propria convenienza, che sia quella del singolo parlamentare a restare aggrappato allo scranno, o quella di un partito, o di una corrente, al miglior posizionamento possibile prima del voto, magari grazie a qualche ritocco alla legge elettorale.

Certamente non tutti nel Pdl condividono l’idea che sia preferibile evitare un governo tecnico e che l’unica strada sia quella di tornare al voto. Per questo cosa ci aspetta dopo le dimissioni del premier è ancora avvolto nell’incertezza, e i mercati lo avvertono (anche se forse B. non valeva da solo 100 punti o più di spread). La campagna acquisti di Casini e del Terzo polo proseguirà nel tentativo di convincere un gruppo il più folto possibile di parlamentari del Pdl a sostenere un altro governo, facendo leva ovviamente più sul loro attaccamento alla poltrona che sulla responsabilità istituzionale. Ma la riuscita dell’operazione dipenderà dai numeri e non credo bastino una ventina o una trentina fra deputati e senatori. E’ improbabile infatti che il capo dello Stato voglia avallare soluzioni ribaltonistiche che tra l’altro in poco tempo potrebbero rivelarsi persino più deboli numericamente di quanto lo fosse il governo Berlusconi. Il rischio c’è, ma dipenderà dai numeri. Quindi il voto resta ad oggi l’esito più probabile.

Sarebbe bello se vivessimo in un Paese in cui le forze politiche fossero capaci, nell’emergenza, di fare un passo indietro a favore di un governo davvero esclusivamente di tecnici, guidato da uno come Mario Monti, con nessun altro scopo se non quello di approvare le misure richieste all’Italia dalle istituzioni europee e internazionali. Purtroppo è un’ipotesi preferibile ma in astratto, perché l’appoggio del Pd ad un simile governo ci costerebbe una tassa patrimoniale (che non mi risulta sia citata nella lettera della Bce) e probabilmente di dover accantonare buona parte delle misure necessarie, quelle sul lavoro, per esempio, mentre per accontentare Casini dovremmo sacrificare il bipolarismo. Insomma, i partiti non farebbero davvero un passo indietro rispetto ai loro calcoli elettoralistici. Il Pdl dovrebbe aprire ad un’ipotesi Monti solo a due condizioni: che sia formato al 100% da tecnici puri e che si occupi esclusivamente di realizzare, integralmente, il programma della lettera Bce; e che si convenga tra le forze politiche di non ritoccare la legge elettorale, perché si finirebbe inevitabilmente per avvantaggiare questo o quel partito e, dunque, per intaccare la natura “tecnica” e puramente emergenziale dell’ultima parte di legislatura. Dovrebbero essere gli elettori, invece, a decidere su di essa con il referendum.

Come sarebbe un errore pensare, una volta ricompattata la maggioranza grazie al “passo indietro” di Berlusconi e votata la legge di stabilità, ad un governo Alfano o Letta. Un governo che si troverebbe ben presto nelle stesse condizioni del governo Berlusconi, sotto il ricatto di questo o quel pezzo di maggioranza e di scontenti, oppure, nel caso l’Udc ci ripensasse sull’allargamento senza Pd, a dover accontentare Casini, il cui scopo ultimo è il superamento del bipolarismo e lo sfaldamento del Pdl, per presentarsi come unico soggetto aggregatore dell’area moderata.

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