Libia, tra Islàm e secolarizzazione

By Redazione

novembre 8, 2011 Esteri

E se il futuro della Libia non fosse poi così nero? Sì, insomma, se dopotutto il futuro del Paese nordafricano non fosse dominato dagli islamisti? Per ora nulla è certo. Il regime di Gheddafi è caduto da poche settimane e la situazione in Libia rimane tumultuosa: decine di migliaia di uomini armati, disorganizzati e senza una leadership capace di frenarne gli istinti, pullulano oggi nelle strade di Tripoli, Misurata e Bengasi. Il governo del CNT ha l’arduo compito di risanare le spaccature che pervadono il Paese coinvolgendo anche gli abitanti della Tripolitania e gli ex fedeli al Colonnello. Da non dimenticare il fattore islamista (che c’è) e quello “esterno” delle infiltrazioni di Al Qaeda o altri gruppi di matrice terrorista.

Un piccolo assaggio dei pericoli che stanno dietro l’angolo l’abbiamo avuto quando, pochi giorni dopo l’uccisone di Gheddafi, il Cnt ha aperto le porte allashari’a, la legge santa dell’Islam, come testo fondamentale cui s’ispirerà la costituzione libica che verrà redatta il prossimo anno, facendo rizzare i capelli a molti in Europa e Nord America. Ecco che allora cominciano ad alzarsi le voci di chi, tra coloro che sono stati contrari all’intervento della Nato, indica le nefaste sorti della Libia (dominata dai fanatici integralisti maomettani) e le conseguenze su noi italiani. Le preoccupazioni sono del tutto giustificate, ma è meglio far attenzione a non buttare il bambino con la proverbiale acqua sporca: è vero che “il difficile comincia ora” ma, come nota Paul Wolfowitz sul Wall Street Journal, sembra quasi che chi avanza queste critiche voglia che le cose vadano per il verso sbagliato, per il gusto di poter dire poi “vedi, avevo ragione ad essere contrario all’intervento”. Wolfowitz, che non è un Bernard Henry Levi qualunque, non tratteggia la condizione della Libia come paradisiaca, ma al contrario elenca le maggiori problematiche del futuro del paese e gli interventi che gli Stati Uniti dovrebbero intraprendere per aiutare il Cnt a “costruire un futuro migliore”. Fra questi naturalmente c’è il supporto economico, che dovrebbe partire dallo sbloccare i conti bancari dell’ex regime congelati all’inizio della repressione, ma anche un supporto politico per il “national building”, la scrittura della costituzione e la nascita di una autentica società civile su cui possa poggiare la democrazia libica.

Cruciale, nei prossimi mesi (entro otto dovrebbe essere eletta l’assemblea costituente), sarà il ruolo svolto dalle due maggiori autorità del Paese: il Governoad interime la leadership delle forze armate. E difatti è in questi due campi che, sempre secondo il Wall Street Journal di sabato (che cita fonti interne al Cnt), si gioca la lotta politica tra islamisti e secolaristi: il quotidiano statunitense parla chiaramente della nascita, tra le file del Consiglio di Transizione, di un fronte “antislamista”, un asse formato dai leader dei ribelli di Zintan e Misurata con l’intento di controbilanciare il peso degli islamisti tra le forze politiche post-gheddafiane. La buona notizia è che, almeno per quanto riguarda l’elezione del nuovo primo ministro ad interim, il fronte secolarista ha avuto la meglio: con ventisei voti su cinquantadue, infatti, è riuscito a far eleggere dai membri del Cnt il candidato da esso supportato, Abdel Rahim el Keib, un ingegnere nato a Tripoli ma con esperienze professionali negli Stati Uniti.

La partita più importante si gioca però sulla scelta del capo delle Forze Armate e del Ministro della Difesa. Da chi comanderà il prossimo esercito repubblicano dipenderà gran parte del futuro del Paese. Ad esso infatti spetterà il compito di “assorbire” e addestrare le milizie dei ribelli, e allo stesso tempo quello di opporsi a coloro i quali dovessero rifiutarsi di consegnare le armi. E di armi in mano a civili la Libia è stracolma per colpa di Gheddafi. Dovrà ostacolare un eventuale ritorno dei fedeli del colonnello, ma soprattutto i gruppi terroristi che si sono infiltrati nel paese in questi mesi.  La scelta del capo dell’esercito dovrebbe essere presa nelle prossime settimane, ed il quotidiano di Rupert Murdoch, citando quattro partecipanti all’incontro della scorsa settimana tra i capi delle milizie ribelli che hanno rovesciato il regime, sostiene che nessuno dei candidati avrebbe “legami significativi” con i gruppi islamisti. Anzi i due più papabili sarebbero “un rispettato dissidente ed ex ufficiale dell’esercito” ed uno che ha vissuto negli States ed avrebbe “rapporti con le agenzie della Difesa americana”.

Niente da fare, dunque, per l’ex Jihadista e detenuto di Guantanamo Abdel Hakim Belhaj, che ha guidato le milizie islamiche dell’est del paese negli otto mesi di rivolta. L’esclusione di Belhaj è stata giustificata dal vice capo del Consiglio Militare di Misurata con la volontà dei libici che a guidare l’esercito sia “un patriota con capacità ed esperienza, non qualcuno che si mette a contare quante volte prega al giorno”. Anche per il posto di Ministro della Difesa, sarebbe stato scelto un uomo vicino agli Stati Uniti, Khalifa Heftar, che in Nord America s’è rifugiato per il suo ventennale esilio, durante il quale pare abbia intessuto i rapporti con l’intelligence di Washington. Se queste ultime due ipotesi dovessero essere confermate, nel match per il controllo della Libia tra islamisti e secolarizzati sarebbe tre a zero per questi ultimi. 

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