Berlusconi non si è dimesso

By Redazione

novembre 8, 2011 politica

Dimissioni. La vera novità della giornata sta in una parola. Fin troppo abusata in questi giorni, ma ieri per la prima volta pronunciata apertamente da Berlusconi. Anzi, più esattamente da un comunicato del Quirinale, che dopo aver convenuto con il Cavaliere sull'”urgente necessità di dare puntuali risposte alle attese dei partner europei con l’approvazione della Legge di Stabilità “, concordava che “una volta compiuto tale adempimento, il Presidente del Consiglio rimetterà il suo mandato al Capo dello Stato, che procederà alle consultazioni di rito dando la massima attenzione alle posizioni e proposte di ogni forza politica, di quelle della maggioranza risultata dalle elezioni del 2008 come di quelle di opposizione“.

Una soluzione della complicata partita di governo in realtà più complessa di quello che accreditavano ieri sera anche alcuni acuti osservatori. Il passo indietro di Berlusconi è uno dei pochi modi intelligenti che poteva utilizzare per sopravvivere a se stesso. Claudio Cerasa, nel suo blog, elenca i prossimi passi del Presidente del Consiglio:

Martedì (se non ci saranno sorprese) il maxi emendamento arriverà al Senato. Al Senato Berlusconi prenderà la fiducia. Poi il giorno dopo andrà alla Camera dove la fiducia invece non la otterrà, e subito dopo si dimetterà. Dopo di che può succedere di tutto: ci sarà un giro di consultazioni ma alla fine il risultato potrebbe essere proprio quello: elezioni.

Sic stantibus rebus, la soluzione prospettata dal giornalista del Foglio, elezioni anticipate, è la più probabile, in considerazione della presenza di due maggioranze difformi nei due rami del Parlamento. Ma occorre considerare che molti dei deputati frondisti verranno chiamati a negare la fiducia proprio a quei provvedimenti per l’assenza dei quali si sono fatti venire il mal di pancia. Non sembra essere un caso di scuola, dunque, l’ipotesi che Berlusconi riesca ad ottenere la fiducia, anche se di un soffio, in entrambe le Camere. A quel punto, pur rimettendo il mandato, la sua dipartita potrebbe essere rinviata. Un governo di fine legislatura, allargato e rivisto (come abbiamo accennato nei giorni scorsi), potrebbe essere il nuovo pretesto per ridare fiato alle proprie trombe e portare la legislatura alla sua scadenza naturale. E d’altronde, in presenza di una completa fiducia in Parlamento, per il Capo dello Stato la strada del reincarico, per lo meno esplorativo, appare obbligata.

Una conclusione a sorpresa di una giornata iniziata presto. La mala parata la si era annusata a metà mattina, quando cinque dei sette estensori della lettera dei malpancisti dell’ultima ora confermavano il loro malessere. Un «Non votiamo» sbattuto in faccia al premier che si andava ad affiancare alla decisione delle opposizioni. Pd, Idv e Terzo Polo, infatti, facevano sapere che non avrebbero preso parte al voto per non rischiare di mandare sotto il governo su un atto dovuto – l’approvazione del rendiconto dello Stato – che in altri tempi, era il 2008 e c’era Prodi, aveva visto proprio gli azzurri andare in soccorso degli avversari.

E se Verdini aveva fatto chiaramente capire che stavolta non sarebbe riuscito a racimolare una schiera di fedelissimi sufficienti a blindare la maggioranza, gli strateghi del Pdl pensavano di tenere quota 312. Che, con qualcuno in carcere, qualche malato e un paio di recuperabili, avrebbe posto il governo in condizione di respingere da una posizione di forza un’eventuale voto di sfiducia chiesto dalle opposizioni.

I 308 voti annunciati da un Fini che doveva evitare di guardare i propri colleghi sugli scranni di aula per celare la propria soddisfazione, sono stati un solco di un certo peso sulle convinzioni del premier, che probabilmente si aspettava addirittura 8 voti in più, persi poi per strada. E che si è a lungo soffermato in aula per rintracciare nei tabulati del voto i nomi di chi mancava all’appello.

Ma se la battaglia ha visto le forze verdi-azzurre uscire malconce, la guerra affronta ancora una fase di stallo la cui risoluzione sembra a tutt’oggi di difficile previsione. Con lo spread ai massimi storici e l’Europa che si dice preoccupata, i numeri parlamentari non sembrano ancora in grado di consentire alle opposizioni un’exit strategy che la soddisfi appieno. Il discreto margine al Senato, inoltre, consentono al Cavaliere di rivendicare e ottenere, come sembra intenzionato a fare, un voto anticipato nel caso la situazione dovesse precipitare. Soluzione gradita, a quanto si proclama in giro, al solo Di Pietro.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *