Il piano C: fuori Tremonti

By Redazione

novembre 7, 2011 politica

Dopo la notizia delle dimissioni di Berlusconi data per certa dal vicedirettore di Libero Franco Bechis e poi sgonfiatasi – non senza strascichi – nel corso della giornata saremo cauti. Riporteremo dunque notizie pervenuteci da fonti governative certe, ma che raccontano di quella che, nel momento in cui scriviamo, è solamente un’ipotesi.

Insieme al piano A, “Resisto ad oltranza, mi cacciassero con la sfiducia” e al piano B, “Mi dimetto, faccio spazio a Letta ma gestisco io la transizione”, nella stanza azzurra dei bottoni sarebbe al vaglio una terza ipotesi. Il piano C avrebbe al centro la decollazione di Giulio Tremonti e un breve interim del cavaliere, in vista di un rimpasto di governo. L’uscita di scena del temutissimo titolare di via XX settembre servirebbe a lanciare un segnale di una certa rilevanza a quella galassia pulviscolare che anima ormai copiosamente il Parlamento ai margini del Pdl.

Una netta sterzata verso un piano sviluppista, rispetto al quale il divo Giulio è sempre stato visto come un argine, servirebbe a riacquistare i peones alla Stracquadanio e Bonciani, che si vedrebbero privati di un corposo alibi politico anche qualora coltivassero esclusivamente ambizioni personali. Inoltre toglierebbe il fiato alle trombe dimissionarie della parte più dialogante delle opposizioni. Se Berlusconi, ragionano alcuni dei suoi consiglieri, assumesse per una manciata di giorni una responsabilità diretta del ministero dell’Economia, rilanciando un piano di riforme di fine legislatura improntato sugli impegni chiesti dall’Europa e assunti dall’esecutivo, sarebbe difficile per tutti i malpancisti non rientrare strutturalmente nei ranghi della maggioranza. Come anche per i centristi non accorrere, almeno episodicamente, in soccorso della maggioranza.

Una soluzione che scongiurerebbe un governo di qualunque altra natura che non fosse fondato sull’asse Pdl-Lega. E che, qualora fallisse, potrebbe costituire una buona base di partenza per le rivendicazioni del premier. “Io ho provato a fare le riforme – potrebbe giustificarsi – è il Parlamento che ha fermato il tentativo”. Ma proprio il timore che da una crisi, per quanto pilotata, possa uscire un esecutivo che non lo veda ancora una volta in sella, è uno dei motivi che sta portando Berlusconi a tentennare. Quel di cui ha più paura è che il domino innescato dalla casella dell’Economia raggiunga proporzioni incontrollabili. Anche e soprattutto in ragione delle rivendicazioni di una schiera ormai vastissima di onorevoli incontentabili.

Una paura alimentata dal possibile rifiuto di Tremonti di cedere il passo. Un atteggiamento del genere innescherebbe un corto circuito di tutta la maggioranza difficilmente sanabile, e dagli esiti imprevisti. Ma ieri sera, a via dell’Umiltà, si notava con preoccupazione una riunione di tutte le opposizioni, fatta eccezione per l’Idv. E non è un caso che i dipietristi siano gli unici palesemente contrari a soluzioni ponte che scongiurino le elezioni.

Se un altro esecutivo deve essere, ragionano gli estensori della proposta che il premier sta ancora valutando, che sia un Silvio-bis. E per Berlusconi uno dei pochi modi di sopravvivere a sé stesso e insieme allargare il proprio bacino parlamentare è quello di sacrificare l’ormai odiato Giulio. Se non l’unico.

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