Iran, prova per Obama

By Redazione

novembre 4, 2011 Esteri

Un altro pezzo della politica estera del presidente americano Barack Obama si sta sgretolando sotto i duri colpi della realtà. Il programma nucleare iraniano è tornato al centro delle agende diplomatiche e militari e si è quindi riaffacciato nelle conferenze stampa dei leader e sulle prime pagine dei giornali. Nei giorni scorsi le notizie di  esercitazioni militari congiunte e un articolo del Guardian, secondo cui le forze armate britanniche stanno perfezionando i loro piani di appoggio agli Stati Uniti nel caso di un attacco contro obiettivi nucleari in Iran. Il dossier iraniano è stato al centro dell’incontro di ieri fra il ministro israeliano della Difesa Ehud Barak e il ministro britannico degli Esteri William Hague. Ed è imminente (previsto per l’8 novembre) un rapporto dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea), che dovrebbe contenere informazioni allarmanti come mai prima d’ora: il programma atomico e missilistico di Teheran sarebbe in uno stato molto avanzato e il regime iraniano potrebbe essere dotato di un arsenale nucleare entro la fine del 2014. L’Iran avrebbe dimostrato – in verità come molti avevano previsto – una sorprendente resistenza alle sanzioni internazionali. I sabotaggi tramite attacchi cibernetici e gli omicidi mirati degli scienziati iraniani non avrebbero sortito gli effetti sperati, o quanto meno non sarebbero riusciti a rallentare il programma nucleare secondo le aspettative.

L’amministrazione Usa per il momento si limita allo studio di nuove e più dure sanzioni, e il presidente Obama non vorrebbe prendere in considerazione un attacco prima delle prossime elezioni presidenziali. Tuttavia, secondo le fonti del Guardian un’accelerazione della Casa Bianca verso l’opzione militare non sarebbe da escludere. Molto dipenderà dal grado di allarme che susciteranno i progressi iraniani. Le obiezioni sono sempre le stesse e riguardano il rapporto costi-benefici: dubbi sulla reale efficacia dello “strike” rispetto ai rischi di rappresaglia iraniana (non va dimenticato infatti che gli Hezbollah in Libano sono pronti in qualsiasi momento a scatenare l’inferno, alla faccia della missione Unifil). Inoltre, c’è chi è convinto che un attacco possa ricompattare il regime, che invece nel tempo che ancora ci separa dall’acquisizione della bomba potrebbe essere dilaniato dalle divisioni e/o travolto da un’ondata rivoluzionaria. Ma se i dubbi si concentrano sull’efficacia dell’attacco nell’azzerare, o arrestare il programma nucleare, è anche vero che più passano i mesi più Teheran avrà il tempo di studiare e attuare le sue contromosse per limitarne i danni. Entro i prossimi 12 mesi, infatti, gli iraniani potrebbero nascondere il loro materiale e le loro armi all’interno di bunker fortificati in grado di resistere alla pur incredibile forza di penetrazione dei missili americani e israeliani. Insomma, la finestra per un attacco potrebbe chiudersi prima di quanto si creda e ciò secondo gli inglesi potrebbe indurre il presidente Obama ad anticipare l’operazione.

In ogni caso, la politica della «mano tesa» verso Teheran inaugurata all’indomani del suo insediamento alla Casa Bianca appare ormai un pallido ricordo. Una svolta che ha avuto la sua sanzione pubblica circa un mese fa, dopo la scoperta del complotto ordito dal governo iraniano che doveva portare all’uccisione dell’ambasciatore saudita a Washington. «Continueremo ad applicare contro l’Iran le più dure sanzioni, perché il Paese venga sempre più isolato», aveva assicurato Obama in quella circostanza, aggiungendo che «nessuna opzione viene esclusa» nei confronti di Teheran. Un’espressione tipica dei “falchi” della precedente amministrazione. Dunque, lo stesso Obama che nel 2009 aveva rinunciato a sostenere l'”onda verde” contro la truffaldina rielezione di Ahmadinejad, riuscendo solo dopo molte incertezze a proferire qualche timida parola contro le violenze e sui diritti del popolo iraniano, nel timore di compromettere fin da subito la sua apertura di credito agli ayatollah, oggi ha cambiato strategia nei confronti del regime iraniano, ma l’ipotesi di un attacco militare mi sembra prematura. Per il momento con Teheran sembra più una guerra di nervi.

Certo è che l’opzione è tornata prepotentemente sul tavolo di Obama, anche perché non vanno sottovalutati i rischi di un’eventuale azione unilaterale da parte israeliana, quindi i piani militari vengono tenuti aggiornati, ma l’impressione è che non si muoverà nulla prima della scadenza del suo mandato nel 2012. Scadenza che conviene aspettare anche al governo israeliano, che a gennaio 2013 potrebbe trovare alla Casa Bianca un interlocutore più sensibile. In Israele intanto il dibattito sull’opzione militare è ancora aperto, nell’opinione pubblica e tra i vertici militari. Il premier Netanyahu e il ministro della Difesa Barak avrebbero ottenuto il via libera della propria maggioranza, ma le indiscrezioni di questi giorni su un attacco dato addirittura per “imminente” vengono interpretate come un’azione di boicottaggio ai danni del processo di costruzione del consenso attorno all’eventuale operazione. Israele infatti scioglierà il suo dilemma, se muoversi o meno in solitudine, solo nel momento in cui apparisse chiaro che gli Usa e i loro alleati non intendono in alcun caso agire, e comunque tempi e modi verranno concordati con Washington.

Strike o non strike, che sia imminente o meno, è degno di nota che il presidente Obama prenda in considerazione l’ipotesi di un attacco preventivo in pieno stile George W. Bush, a riprova del fatto che, contrariamente a quanto veniva spacciato in Europa durante la crisi irachena, il concetto negli Usa è da sempre bipartisan, non una diavoleria da neocon. Se guardiamo all’architettura legale e militare della guerra al terrorismo (Guantanamo e affini, per intenderci), nient’affatto smantellata; all’Iraq, con la conferma dei piani di ritiro di Bush; all’Afghanistan, con il “surge”; e ai bombardamenti con i droni in Pakistan e in altre zone del mondo, Obama si è rivelato persino tougher than Bush, deludendo le aspettative pacifiste dei liberal e smentendo quanti a destra temevano un presidente incline a disimpegni precipitosi, quindi debole su quanto di più delicato: la sicurezza nazionale.

La politica di Obama in Medio Oriente invece è stata un disastro. Da quel discorso di apertura pronunciato al Cairo e indirizzato nient’affatto ai popoli della regione, ma ai loro regimi autoritari, ai quali assicurava la non interferenza Usa, Obama ci ha messo tre anni per capire di dover quanto meno correggere la sua impostazione. Tre anni persi ad inseguire i falsi miti della realpolitik. E l’ha capito a suon di sberle degli eventi. C’è voluta l'”onda verde” di Teheran nel 2009, abbandonata alla brutale repressione del regime, per incrinare le sue certezze; ci sono volute le piazze arabe di questa primavera per obbligarlo a correggere il tiro, imboccando, sia pure in modo opportunistico e maldestro, la via del regime change. Adesso però è giunto il momento della verità. L’abbandono frettoloso e “obtorto collo” di Mubarak al suo destino, senza alcuna garanzia sull’esito democratico del processo politico in corso in Egitto, e il successo contro Gheddafi – della serie “ti piace vincere facile” – non si possono considerare prove sufficienti del cambio di rotta in senso pro-democracy della politica di Obama in Medio Oriente. Il vero banco di prova sono la Siria e l’Iran, i cui regimi sono ben più armati e sanguinari e dove gli interessi di Russia e Cina non rendono agevole velare di multilateralismo le proprie scelte.

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