Dottor Jeckyll e Al Assad

By Redazione

novembre 3, 2011 Esteri

Non tutti sanno che il dittatore siriano Bashar al Assad è “Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana”, titolo roboante di cui è stato investito dal nostro Presidente, Giorgio Napolitano, nel marzo dello scorso anno. Un grande onore, accompagnato da parole di stima e da un commovente augurio: “Esprimo i miei più sentiti voti per il benessere Suo personale e della Signora Asma, unitamente ai miei auspici per la prosperità del popolo siriano e per lo sviluppo della profonda amicizia tra i nostri due Paesi”. Napolitano è scusato, non poteva prevedere che “il benessere” di Bashar sarebbe entrato, dopo poco più d’un anno, in conflitto con “la prosperità del popolo siriano”. Un consiglio, però, sentiamo di darglielo: la prossima volta, evitiamo di iscrivere dittatori stranieri nell’albo del “primo fra gli Ordini nazionali”, anche solo per non doverci poi sentire in imbarazzo.

Il nostro Presidente ha un’ulteriore giustificazione: sino a pochi mesi fa, Bashar Assad era stimato da tutti, o quasi, il più moderno tra i Rais del Vicino Oriente. Coccolato da Sarkozy, che ha poi diligentemente cambiato approccio, Assad è stato anche, per circa un anno, il cavallo su cui Barack Obama ha puntato per risolvere le principali magagne della regione, dal conflitto arabo-israeliano ai rapporti con l’Iran. Fu così che, nel febbraio dello scorso anno gli Stati Uniti scelsero di blandire il leader siriano con alcune concessioni diplomatiche ed economiche, come il ritorno (dopo cinque anni) di un ambasciatore americano a Damasco e la promessa di astenersi dal porre il veto sull’ingresso del Paese mediorientale nel Wto (e conseguente alleviamento delle sanzioni economiche al regime). Tutto molto normale, è la realpolitik, ciascuno fa il proprio interesse. E se questo passa per i compromessi con qualche dittatore, be’, compromessi siano.

Più difficile da giustificare è l’innamoramento di alcuni opinionisti nostrani, che per Assad hanno sempre provato un’attrazione al limite dell’irrazionale. Principe del genere è l’ambasciatore Sergio Romano, che qualche anno fa lo inserì in un elenco di “musulmani moderati” e laici assieme a Gheddafi e Saddam Hussein (sì, quello che faceva scrivere il Corano col sangue appositamente prelevatogli), e lo dipingeva come un riformista osteggiato dai vecchi del partito baathista: un “riformatore sfortunato”, finito suo malgrado a capo dello Stato nel 2000. Insomma, un modernizzatore, mansueto, occidentalizzato con a cuore i diritti umani dei suoi connazionali, costretto suo malgrado a rifornire Hamas ed Hezbollah, a “mantenere l’equilibrio” del Libano attraverso l’occupazione militare (finita sei anni fa) e a far saltare in aria l’ex primo ministro libanese, tutto a causa degli Stati Uniti e di Israele che inutilmente lo costringono nell’angolo dei cattivi. Simile pure il giudizio dell’Annunziata, che lo definisce un “fragile giovane” (come? E l’addestramento militare di primissimo livello? Ed il controllo diretto delle milizie fedeli al clan?). Le simpatie del Manifesto sono ovvie: un dittatore antiamericano in un Paese che ebbe un forte legame con l’Urss (maledetta nostalgia), strenuo sostenitore del terrorismo palestinese non può che essere un araldo di libertà e democrazia, i suoi oppositori diventano d’un tratto i pericolosi “islamisti” (che oltretutto stavano simpaticissimi al quotidiano comunista, fino all’altro ieri) e la violenza del regime di Damasco è l’unica “diga” che frena l’incipiente “guerra civile”. Se la polizia italiana difende il parlamento dalle orde di manifestanti si tira fuori Pinochet, se Assad ammassa la gente negli stadi è degno di lode.

Poi però arriva la primavera araba, e d’un tratto i siriani si trovano ad essere spettatori del rovesciamento di dittatori un po’ in tutta la regione. Cominciano a riunirsi fuori dalle moschee, il venerdì, per manifestare contro la mafia che controlla lo Stato. Il regime ha però capito che non può mostrarsi debole e comincia la repressione, accompagnata da belle parole come “dialogo” e “riforme”. Hillary Clinton, Segretario di Stato americano, dice di aver parlato con membri del Congresso che l’hanno rassicurata sulla natura riformista del giovane Assad, cosa di cui è convinto pure John Kerry, candidato democratico alle presidenziali del 2004. La conta dei morti tocca punte tali che persino i pochi lobbisti filosiriani cominciano a ritirarsi dalla scena. Oggi siamo a quota tremila vittime: cinquanta solo lo scorso fine settimana, dieci operai sono stati ammazzati due giorni fa dall’esercito. Il Consiglio nazionale siriano, che raccoglie le maggiori forze che si oppongono al Regime di Assad, da Ankara dove ha ha trovato ospitalità, chiede alla Lega Araba di estromettere la Siria. Alcuni dissidenti sono arrivati ad implorare l’intervento delle Nazioni Unite e l’istituzione di una No-Fly zone.

Purtroppo per loro questa è un’eventualità improbabile, se non impossibile. Il veto russo-cinese ed il pericolo di ritorsione (contro l’Europa, contro Israele) sono disincentivi importanti. Il quadro è complesso, la Siria non è solo la Siria: è il ponte dell’Iran sul Mediterraneo, è l’autostrada dei rifornimenti militari ad Hamas ed Hezbollah ed ha un peso primario nella vita politica libanese. E proprio il Libano, assieme alla Turchia, è la meta delle decine di migliaia di disperati che cercano di lasciare il Paese, costringendo i siriani a minare i propri confini occidentali, nel tentativo di impedire l’esodo di uomini che possano andare ad ingrossare le fila del “free syrian army”, l’esercito rivoluzionario guidato dai disertori del regime. Per ora la Lega Araba chiede riforme e dialogo tra le parti, il che vuol dire che starà a guardare ancora per un po’. Gli Stati Uniti, superata l’infatuazione per il giovane Bashar, richiamano l’ambasciatore Robert Ford e minacciano nuove e più forti sanzioni e soprattutto chiedono che Assad lasci immediatamente il potere. Sarkozy, l’ex amico fraterno, si è persino detto pronto a guidare un’operazione simile a quella libica sui cieli di Damasco, preso com’è dall’internazionalismo democratico che fu di Napoleone.

A differenza di Gheddafi, però, Assad può contare su un alleato motivatissimo e armato sino ai denti, l’Iran, che già oggi è impegnato nella soppressione del dissenso in Siria. I due Paesi assieme possono veramente far diventare il Medio Oriente un inferno, i “dieci Afghanistan” che Assad ha minacciato di scatenare in caso di “intromissione” occidentale (ma si rivolgeva anche alla Turchia) sono una prospettiva reale. Israele è ad un tiro di schioppo, e se non dal Golan i razzi arriverebbero dal Libano meridionale. Certo, questi sono i contro, ma nel caso in cui si operasse una “no-fly zone” ci sarebbero anche alcune possibili ricadute positive: l’esercito di liberazione (composto da siriani) coadiuvato (sul modello libico) dai droni della NATO non dovrebbe avere difficoltà a marciare su Damasco, essendo la stragrande maggioranza dei siriani ostili al regime. Un cambio di regime avrebbe la fortunata conseguenza di spezzare in maniera definitiva l’asse sciita Iran-Siria-Hezbollah, isolando ed indebolendo Teheran, ad oggi il maggior nemico del mondo libero. A quel punto sarebbe necessario però anche un intervento per sgominare Hezbollah in Libano, il quale potrebbe diventare la spina nel fianco della nuova Siria, con una ripresa degli attentati suicidi. Così si prospetterebbe un intervento via terra, almeno nel Paese dei Cedri, con tutti i pericoli che questo comporta.

La questione, dunque, è se mai Obama potrà prendere in considerazione l’eventualità di lasciarsi alle spalle il “leading from behind” per vestire i panni (onerosi) del Comandante in Capo, di fare una guerra senza l’approvazione delle Nazioni Unite e quella (formale) della Lega Araba e sporcarsi le mani con una “freedom agenda” vera e propria, non quella che detronizza i dittatori più blandi e lascia fare i “villains” veri e propri. Se tutto questo complicatissimo quadro non basasse, ecco spuntare l’elemento armi di distruzione di massa. Martedì mattina, infatti, l’Aiea (dopo settimane in cui il governo siriano si è rifiutato di collaborare ai controlli dei suoi inviati) ha fatto sapere di essere riuscita ad individuare via satellite una centrale nucleare camuffata da industria tessile nella città di Hasaka, nel nord del Paese. L’Agenzia atomica accusa la Siria di utilizzarvi dell’uranio arricchito, materiale che gli sarebbe stato fornito da Saddam Hussein negli ultimi mesi del 2002, quando già si parlava di invasione angloamericana del Paese (Saddam e uranio arricchito, avete letto bene). L’ingegnere responsabile della centrale sarebbe il sempreverde Abdel Khan, l’uomo dell’atomica pakistana, già al servizio di Iran, Corea del Nord e Gheddafi. L’ha detto pochi giorni fa un diplomatico nordcoreano a Ginevra: se Gheddafi avesse avuto l’atomica adesso sarebbe ancora al suo posto, gli occidentali non avrebbero mosso un dito e la primavera araba avrebbe preso una piega diversa. Assad a quanto pare l’ha capito benissimo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *