Il doping nella testa

By Redazione

novembre 2, 2011 Cultura

Sono ore di apprensione per la salute di Antonio Cassano, ventinovenne campione del Milan e della Nazionale. Soltanto dopo quattro giorni si è avuta la versione ufficiale: ischemia cerebrale dovuta ad un problema cardiaco. Eppure il Milan è la società che ha creato un proprio “Lab” fatto in casa, un’avveniristica struttura piena di medici e fisioterapisti, nella quale ogni calciatore è dotato di una scheda per seguirne forma fisica e infortuni, al fine di contenere i problemi e di aumentare le prestazioni. I rossoneri da alcuni anni puntano su una formula contraria a quella di quasi tutte le squadre: non c’è la rosa lunga da 24-26 elementi, bensì si ricorre sempre agli stessi 18-19 calciatori. Si contengono le spese e si ha la possibilità di concentrarsi meglio sulle proprie risorse e su un gruppo che si cementa attorno ad un nucleo fisso: Abbiati, Abate, Nesta, Ambrosini, Aquilani, Boateng, Ibrahimovic. Questi sette sono più o meno certi del posto, gli altri (nomi illustri, da Zambrotta a Seedorf, da Thiago Silva a Robinho) giocano quando è necessario o per far riposare qualcun altro. Certo, la rosa sarebbe più lunga, ma Pato è sempre stato “delicato”, Gattuso ha quel problema all’occhio rimediato dopo i primi novanta minuti di stagione (abbastanza impressionanti le immagini dell’intervista della scorsa settimana), Seedorf non è più un ragazzino e pure Zambrotta ha passato da un bel po’ i trenta. Stesso dicasi per Nesta che però, dopo un paio d’anni di andirivieni di problemi fisici, quest’anno sembra aver trovato una seconda giovinezza.

In tutto ciò, si ricordi che il Milan ha una stagione intensa. Campionato, Champions, si giocano di media sei-sette partite al mese, una ogni quattro-cinque giorni, si viaggia in tutta Italia e all’estero (Repubblica Ceca, Bielorussia e Spagna le trasferte europee del girone). Molti calciatori sono impegnati con le nazionali, sia in Europa che in altri continenti. Lo stress da viaggio e da molte partite giocate c’è, ci si allena sempre meno e si sta tanto tempo sugli aerei. Allegri spesso prepara le partite con due, massimo tre sedute in cui bisogna far recuperare i calciatori, metterli in forma per il match successivo e dare quelle indicazioni tattiche offensive e difensive per battere gli avversari di turno.

Non è facile, ed è tutto maledettamente veloce. Così veloce che oramai i calciatori sono abituati a vivere tra infermerie e campi di gioco, tra palestre riabilitative, check-in a Malpensa ed erbetta profumata. Si ricorre sempre più a infiltrazioni di antidolorifici, farmaci cortisonici, litri e litri di integratori iper-vitaminici, esercizi aerobici che servono a potenziare l’ossigenazione. Spingere al massimo sempre, non c’è tempo per fermarsi. Il calcio è gioco di contatti, fatto di micro-traumi, distorsioni, micro-fratture, contusioni, ecchimosi, anche più del rugby. Nella palla ovale si prende la botta ma è difficile torcersi una caviglia. Moltiplicate poi le volte che si prendono botte in testa o che si colpisce la palla con essa. Sono almeno dieci-venti colpi di testa al giorno, cui si devono aggiungere antistaminici, anti-influenzali e un antidolorifico alla settimana, quando va bene. Possibile che si blocchi un nervo ottico, possibile anche che prendere tutti quei medicinali possa influire negativamente sulla salute di molti. La vita di molti giocatori, per quanto si possa pensare, è tutto fuorché salutare. Certo, non stiamo parlando degli operai delle acciaierie (di morti sul lavoro o a causa del lavoro in quei casi ce ne sono proporzionalmente di più), ma è errato pensare che sia tutto rose e fiori.

I casi di Sla (sindrome laterale amiotrofica) riscontrati in molti ex-calciatori hanno un’incidenza statistica per lo meno sospetta, se paragonata a quanto la Sla si presenti percentualmente nella popolazione italiana. Si pensa che negli anni ’50-’60-’70, quando non c’era cura per il problema doping (a volte anche con dolo cosciente), le sostanze con cui le vene dei calciatori venivano irrorate (i famosi “bibitoni ricostituenti”, li chiamavano alla Fiorentina) siano state decisive nell’insorgere di molte malattie che hanno portato alla morte diversi ex calciatori in età non anziana. La Germania campione mondiale del 1954 (che batté la forte Ungheria di Puskas) finì in ospedale per intossicazioni di vario tipo neanche ventiquattro ore dopo aver vinto la competizione. Molti giocatori italiani di quel trentennio sono morti o scampati a malattie gravi (Galdiolo, Borgonovo e Caso sono tre esempi di scuola).

Ad inizio degli anni ’90 Peruzzi e Carnevale furono trovati positivi ad alcune sostanze dopanti. Zeman scoperchiò un calderone infinito sul doping nella Juventus. Raffaele Guariniello porta avanti indagini sul doping sportivo da anni ormai. Il filone nel calcio è sempre stato vivo e continua ad esserlo. Una volta ci si dopava per correre due metri più degli avversari: oggi la cosa sta cambiando, il doping è diventato una forma anti-stress, e molte misure che non sarebbero doping, come il prendere super vitaminici o riempirsi di antidolorifici, lo stanno rimpiazzando sempre più. Il calcio di oggi è malato perché corre troppo e non si ferma mai. Senza una riduzione degli impegni, casi come quello di Cassano, che semplicemente “collassa” per i troppi stimoli e le troppe cose (lecite) prese (immaginatevi voi a vivere con almeno un cortisonico o antidolorifico forte di media a settimana), saranno sempre più frequenti. Il calcio, se vuole continuare ad andare in onda ogni tre giorni, è di fronte a un bivio: o ci si accorge che è necessario avere rose di 25-30 giocatori e ci si attrezza oppure chi gioca si assumerà il rischio di quello cui va incontro. Come chi corre in Formula 1 o in MotoGp. Oggi lo sport è così: il doping è negli impegni, non nelle gambe.

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