I due fronti di Bersani

By Redazione

novembre 1, 2011 politica

La partita che si è aperta all’interno del Pd è sicuramente di natura epocale, tra le vecchie generazioni aggrappate alle loro posizioni di potere all’interno del maggior partito della sinistra e la nuova generazione che, come ha dimostrato Matteo Renzi alla Leopolda di Finire, punta apertamente alla loro sostituzione. E’ anche uno scontro tra chi vive la modernità alla Blair ed alla Clinton, come i giovani rottamatori che tendono a mescolare parti di neo-liberismo con partiti di più stagionato e tradizionale riformismo. E chi invece pensa, come forse la maggior parte dei dirigenti più stagionati e dello stesso elettorato progressista, che il modo migliore di affrontare la sfida della crisi è ritornare alle antiche certezze dell’ideologica statalista e marxista.

Ma all’interno di questa partita epocale c’è anche una partita di altro genere che non riguarda le grandi questioni dei ricambi generazionali e delle scelte ideologiche ma tocca una questione meno epocale e più brutalmente concreta . Che è quella che provoca più divisioni di tutte le altre e che ruota attorno all’interrogativo su quando e come andare alle prossime elezioni. Il dilemma è semplice: puntare al voto anticipato nella prossima primavera con l’attuale legge elettorale preceduta da primarie di partito e non coalizione? Oppure cavalcare il referendum elettorale di primavera destinato a provocare inevitabilmente una nuova legge elettorale, ad attendere la scadenza naturale della legislatura per la verifica elettorale ed a prepararsi ad un confronto per la premiership che in questo caso andrà avanti per un anno e mezzo non solo nel Pd ma nell’intera sinistra?

L’interesse di Pierluigi Bersani è sicuramente di bruciare le tappe e compiere ogni sforzo per provocare le elezioni anticipate nella prossima primavera. Perché in questo modo può tranquillamente tenere a freno i “rottamatori”, celebrare frettolose primarie di partito con cui farsi confermare il ruolo di candidato Premier connesso alla sua carica di segretario. Ma può, soprattutto, usufruendo della possibilità offerta dalle liste bloccate previste dall’attuale legge elettorale, di scegliere le candidature e predisporre l’ingresso in Parlamento nella prossima legislatura del maggior numero di propri fedelissimi. A sua volta l’interesse di Renzi (e di tutti gli altri eventuali concorrenti di Bersani dentro e fuori il Pd) è evitare ad ogni costo che l’attuale segretario realizzi il proprio piano favorendo il referendum elettorale e puntando su una nuova legge che tolga ai vertici dei partiti di nominare a proprio piacimento i futuri parlamentari. Cioè compiendo ogni possibile sforzo per prendere tempo ed arrivare alla conclusione naturale della legislatura.

Se la partita fosse solo a due, tra Bersani e Renzi, il risultato sarebbe scontato. Il sindaco di Firenze è sicuramente un fenomeno mediatico. Ma il segretario ha dalla sua i quadri di un partito che vive Renzi come un fastidioso estraneo. Di conseguenza, Bersani non avrebbe alcuna difficoltà a battere il proprio avversario. Ma la partita è a tre. Il terzo incomodo si chiama Silvio Berlusconi. Che se fino all’altro ieri poteva sembrare deciso, insieme ad Umberto Bossi, ad andare alle elezioni anticipate per evitare il logoramento, adesso che ha sapientemente trasformato le richieste economiche della Ue nel programma di governo di fine legislatura, ha scoperto che per recuperare il consenso perso negli ultimi anni può solo cercare di realizzare le riforme chieste dall’Europa (compresa quella della legge elettorale sollecitata dal buon senso).

Bersani, dunque, si trova a battersi su due fronti. Uno dentro il partito e dentro l’intera sinistra e l’altro su quello dove se la deve vedere con la maggioranza di centrodestra.Nella storia le guerre che si combattono contemporaneamente su due fronti non hanno esiti positivi. A meno che combatterle non ci siano Cesare o Federico. Il ché non sembra essere il caso di Pierluigi.

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