Serve lo Stato, non un partito

By Redazione

ottobre 31, 2011 politica

“Mentre si discuteva la Legge Breganze sull’automatismo delle carriere dei magistrati, in una riunione di ministri democristiani, dissi che quel sistema mi sembrava inconcepibile.  Mi risposero in coro di tenere per me queste opinioni: “se no quelli ci incriminano tutti gli amministratori democristiani”. Chi parla è Giulio Andreotti, secondo la testimonianza di Mauro Mellini nel suo libro “Il Partito dei Magistrati – Storia di una lunga deriva istituzionale” di quanto dell’episodio aveva raccontato il leader democristiano, oramai Presidente del Consiglio, in una pausa dei lavori dell’Aula di Montecitorio.
Basterebbe la storia di questo ricatto, subìto con “naturalezza” da quei colleghi del “Divo Giulio” e raccontato da questi con relativa disinvoltura, per dimostrare che la tesi di “una lunga deriva istituzionale” che ha portato alla costituzione di quello che è oggi uno dei più potenti (se non il più potente) dei partiti nel nostro Paese, è tutt’altro che azzardata e soggettiva.
Con questo libro (edito da Bonfirraro – Barrafranca, pag. 201 € 15,90) Mauro Mellini tira le somme di un suo lungo lavoro di analisi delle anomalie della giustizia italiana, della quale ha sempre sostenuto essere assai più gravi le vere e proprie “devianze” che non la conclamata inefficienza.
La Magistratura, la funzione giudiziaria, un pezzo, cioè, dello Stato, esorbitando dall’alveo loro proprio, si sono sovrapposti ad altri poteri sostituendosi ad essi ed assumendo, per esercitarli, per “governare”, atteggiamenti e sostanza di un vero e proprio partito.

E’ un errore fuorviante, sostiene Mellini, ritenere che “il partito dei magistrati” sia, o sia solo, una sorta di complotto messo in atto da qualche tempo a questa parte per defenestrare Berlusconi. E’ qualcosa di diverso e, forse, di peggio. E’ il risultato di una lenta deformazione della stessa funzione giurisdizionale, conseguenza di una quantità di leggi improvvide che hanno, tra l’altro, stimolato atteggiamenti abnormi, senza effettive possibilità di rimedi, all’interno della Magistratura, che hanno resa arbitraria (altro che “obbligatoria”!) l’azione penale, consentendo operazioni di mera ricerca di “eventuali notizie di reato”, che hanno abbassato pericolosamente il livello culturale e professionale dei magistrati, creando tra di essi nuove “gerarchie” a misura del clamore che essi sanno suscitare attorno alle loro persone ed alle loro imprese, magari, sconcertanti.
Si può dire che per quasi mezzo secolo un po’ tutti abbiano “lavorato”, in modo più o meno cosciente, in questa direzione. Vi sono state circostanze obiettive, le cosiddette emergenze, del terrorismo, della mafia, della corruzione, che hanno portato a privilegiare una “giustizia” di lotte, che è il contrario della “giustizia giusta”. Ma c’è stato molto altro. La responsabilità, poi, sostiene Mellini, sono molteplici. Della classe politica, della stampa, dei magistrati stessi. I segni lasciati nella macchina giudiziaria dalle frenesie ideologiche di Magistratura Democratica degli “anni ruggenti”, non sono pochi né facili a rimediare. E, forse, in primo piano tra i responsabili, c’è la stessa scienza giuridica, i cattedratici, le Università.: da quella parte non è mai venuto un grido di allarme per madornali e grottesche manipolazioni deformanti della legislazione e delle prassi giudiziarie.

Cita, Mellini, l’esempio di Bertolaso, componente del Governo quale sottosegretario con delega alla Protezione Civile, che riceve ed accetta l’incarico di “custode giudiziario” dell’Ospedale di Agrigento sequestrato dal GIP per supposti pericoli di crollo per difetti di costruzione, con l’incarico da parte del giudice di “collocare i degenti” in altri ospedali, compito di pura amministrazione attiva, interdetta alla magistratura ordinaria e, a maggior ragione, ai suoi “ausiliarii”. Nessuno fiatò: tanto meno Alfano, ministro della giustizia e deputato del luogo. Il caso Tortora fu, secondo Mellini, una prova di forza della Magistratura per saggiare il suo potere di sfidare l’opinione pubblica e di condizionarla. E poi la sciagurata vicenda del referendum sulla responsabilità civile, con la quale la classe politica dimostrò tutta la sua debolezza, tradendo il responso popolare e consentendo l'”Operazione Violante” con la quale si varò una legge che, di fatto, rendeva impossibile l’esercizio di ogni azione di responsabilità, finendo, poi, per compattare, nella magistratura, la maggioranza “corporativa” con le “punte d’assalto” dei magistrati di sinistra.

Quali le conclusioni? Oggi il partito dei magistrati può considerarsi, parafrasando la definizione che una volta dava di sé il P.C.I., un “partito di lotte e di sgoverno”, pronto ad aggredire chiunque pretenda di governare realmente il nostro Paese, alimentando l'”antipolitica” e il populismo più becero, allineato con altri poteri forti in un pericoloso fronte dell’eversione. Così, anziché rafforzare i principi di legalità, questi vengono capovolti. E con essi sono messe in giuoco le Istituzioni libere e democratiche. E’ una visione apocalittica, di disperato pessimismo? Certo, il giudizio non è ottimistico, ma traspare chiaramente da queste pagine la convinzione di Mellini che la coscienza della realtà di questo fenomeno, di questo partito abnorme, può essere un grande passo per una vera inversione di tendenza. Del resto la dedica del libro “A tutte le persone che non lo leggeranno, con l’augurio che non abbiano ragione di pentirsi di non averlo letto”, nell’apparente pessimismo di una provocazione quasi arrogante è, in realtà, l’affermazione che conoscere questa situazione è il primo passo per ribaltarla e che il vero pericolo è quello di non tenerne conto.

(Mauro Mellini “Il Partito dei Magistrati – Storia di una lunga deriva istituzionale” con la collaborazione di Alessio Di Carlo – pag. 201  € 15,90, Bonfirraro Editore, Barrafranca)

giustiziagiusta.info

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