Da Renzi, usato di qualità

By Redazione

ottobre 31, 2011 politica

Risvegli: Berlusconi che si dice pronto a porre la fiducia su ciascuno dei provvedimenti annunciati nella lettera all’Ue, dunque a mettere in gioco per una volta per obiettivi alti la sopravvivenza del suo governo, e l’usato anni ’80 – ma sicuro e soprattutto, in Italia, ancora a chilometri zero – esposto da Matteo Renzi alla Leopolda, sono piccoli ma incoraggianti segnali di risveglio. Nel primo caso di un Berlusconi consumato che cerca di rilanciarsi nell’unico modo possibile: leadership di governo; nel secondo di un giovane sindaco che tenta di togliere un bel po’ di muffa alla sinistra italiana.

Già, perché la lettera di intenti recapitata all’Ue almeno un primo effetto positivo l’ha avuto: è stata «sufficiente a dissolvere il bluff su cui si è retta la politica italiana negli ultimi 90 giorni. Fondamentalmente – scrive Luca Ricolfi su La Stampa di oggi – il bluff con cui un po’ tutti – sindacati, Confindustria, opposizione – hanno finto che il problema fosse solo l’inerzia del governo, e che invece le cosiddette parti sociali fossero perfettamente consapevoli della gravità della situazione, dell’urgenza di intervenire, della strada da imboccare, delle misure da prendere». Le reazioni che ha suscitato da parte delle forze politiche e sociali dimostrano quello che su questo blog non mi stanco di ripetere. Quello italiano è un blocco, un immobilismo, di sistema, che va ben oltre l’attuale governo e la sola figura di Berlusconi. Pensare che un suo passo indietro possa sbloccare la situazione è o ingenuità o malafede. Può certamente terremotare il sistema politico, ma non di per sé avviare l’Italia sulla via delle riforme necessarie per rilanciarsi. L’hanno capito oltreoceano giornali di così diversa estrazione come New York Times e Wall Street Journal, e in Italia lo sottolineano commentatori come Angelo Panebianco, che oggi sul Corriere denuncia i molti «furbi e ipocriti» e parla del «vorrei ma non posso» del governo e del «potrei ma non voglio» dell’opposizione; e Ricolfi, appunto, che smaschera il «bluff» delle opposizioni, politiche e sociali: «Non appena il governo, incalzato dall’Europa, ha timidamente manifestato l’intenzione di agire su alcuni di quegli stessi nodi che le parti sociali avevano imprudentemente evocato – “modernizzare il sistema di Welfare”, “liberalizzazioni”, “mercato del lavoro” – sono esplosi i conflitti sia fra le parti sociali sia dentro l’opposizione».

No, non sono idee particolarmente nuove quelle di Renzi, elencate in ben 100 punti – anche troppi – alla Leopolda. Riforme di cui si parla da anni e che tutti sanno essere necessarie. A partire dall’eliminazione delle pensioni di anzianità e dal passaggio al sistema contributivo per tutti; proseguendo con la flexsecurity di Ichino e le privatizzazioni di imprese pubbliche, delle municipalizzate e del patrimonio immobiliare dello Stato; le liberalizzazioni delle professioni e dei servizi pubblici locali, compreso il trasporto pubblico regionale; l’idea molto blairiana della Delivery Unit e di mettere in competizione il pubblico con il pubblico (scuole, università e servizi sanitari); l’abolizione del valore legale del titolo di studio; l’abolizione dell’Irap da finanziare con il taglio dei sussidi alle imprese; la riforma fiscale trasferendo il peso dalle persone e dal lavoro alle cose; e l’immancabile riforma della politica (ritorno all’uninominale; abolizione dei vitalizi dei parlamentari e del finanziamento pubblico sia ai partiti che agli organi di partito), una vera e propria sburocratizzazione dei partiti. Ma per una esaustiva analisi da un punto di vista liberale vi rimando al post di Carlo Stagnaro, su Chicago Blog.

Tra una spolverata e l’altra di demagogia giovanilista, di green e di digital, c’è però un approccio indubbiamente moderno e direi blariano, che per la sinistra rappresenta certamente una novità. Non sono idee nuove, è vero, e se c’è del Veltroni si tratta del Veltroni migliore, quello del Lingotto, ma direi che c’è di più. Purtroppo sono idee ancora largamente minoritarie a sinistra e anche in un partito, il Pd, che millanta cultura di governo e riformista. Minoritarie non solo tra i vertici, che basterebbe “rottamarli”, ma – quel che è ancor più preoccupante – nella base. E l’accusa a Renzi di essere di «destra», un «berluschino», è diffusa. La stessa battuta di Bersani sull’«usato anni ’80» non è che un maldestro tentativo di addossargli il marchio d’infamia del reaganismo e del thatcherismo. Sarà pure un «usato anni ’80», ma meglio un usato sicuro che un usato ‘900 che aspetta solo di essere rottamato; anche perché in Italia è un usato a chilometri zero, visto che qui di politiche liberali non se ne sono viste, mentre con quelle stataliste di chilometri ne abbiamo fatti almeno 300 mila senza arrivare da nessuna parte.

Un altro momento prezioso dell’incontro alla Leopolda è stato l’intervento di Alessandro Baricco. Raro, davvero raro, sentire da un uomo di cultura, da un “intellettuale” di sinistra, in poche, comprensibili e inequivocabili parole un’autocritica così radicale e sincera. Un «ripasso degli errori», come lui stesso l’ha definito. «Con l’alibi della difesa dei più deboli abbiamo creato un sistema di tutele e privilegi a difesa della mediocrità e del servilismo. Non so come è accaduto, ma è accaduto», mentre «la cosa migliore che possiamo fare per i più deboli è concedergli un sistema dinamico e non un sistema bloccato», perché «il rischio è una chance proprio per i deboli». Una sinistra che oggi è «ciò di più conservativo che c’è in questo Paese». Una sinistra che «ha cercato di vincere a tavolino tutte le partite». Possibile, si è chiesto Baricco, «che tutte le volte che vince l’altro è perché ha barato»?

 

jimmomo.blogspot.com

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