Atene, lacrime e sangue

By Redazione

ottobre 31, 2011 Esteri

Sono le nove e trenta del mattino. Il volo AZ 720 decolla da Fiumicino con un pugno di passeggeri sonnecchianti: ci sono quaranta persone, neanche un terzo della capienza dell’Airbus diretto ad Atene. Solo pochi intimi scelgono la capitale greca in tempo di crisi e rivolte sociali? Forse. La città respira affannosamente, gestisce con difficoltà i suoi indignados, ma i turisti, prezioso serbatoio della più importante industria greca, si riversano a migliaia nei pressi dell’acropoli, gli studenti Erasmus organizzano feste da sballo nel modaiolo quartiere di Gazi e i tassisti corrono impazziti da un capo all’altro della città. Il giro di vite al pachidermico apparato della pubblica amministrazione, gli stipendi decurtati e le misure di austerità tutte lacrime e sangue hanno messo a dura prova i nervi dei cittadini, inaugurando un autunno caldo che lascia tracce indelebili in giro per la capitale.

Syntagma è l’emblema di una Grecia in bilico tra orgoglio patrio e rabbia sociale. La piazza delle grandi occasioni è la stessa che ospita il Parlamento, il corpo di guardia degli Euzoni (quelli in gonnellino e babbucce), ma anche le ambasciate e i primi hotel della città. Qui, nei giorni scorsi, sono sfilate decine di manifestazioni pacifiche, conclusesi con durissimi scontri orchestrati dai black bloc che, tra le diverse attività svolte, hanno picconato e sradicato le scalinate degli hotel extralusso per scagliare i blocchi di marmo contro la polizia. Passeggiando si contano ovunque cabine telefoniche con vetri infranti, staccionate divelte e centinaia di slogan verniciati sui muri, tra cui anche l’italianissimo “Carlo vive”.

“La crisi è grave, siamo stremati”, sbuffa il cameriere di una taverna nella zona di Exarchia, che spiega con grinta il malcontento della sua gente mentre serve spiedini di carne, insalata con feta e yogurt al miele. D’altronde il periodo nero del debito assassino sta monopolizzando gli incubi della Grecia, a partire da Atene che ha visto spegnersi i sogni di gloria dopo la grande illusione delle Olimpiadi 2004. Il centro cittadino si riconferma un elegante salotto ben curato, protetto dai quartieri residenziali delle famiglie benestanti e dai condomini dorati della classe dirigente che, ad uno sguardo veloce, sembra mantenere intatti i propri privilegi.

Basta però un quarto d’ora di passeggio per fotografare l’Atene della crisi ed è qui che si ha la sensazione di una nobile decaduta: decine di quartieri semicentrali, una volta signorili dimore della middle class, cadono a pezzi e sono popolati dall’ondata di immigrazione che ha la faccia di albanesi, nordafricani e turchi. I negozi continuano ad abbassare le saracinesche, mentre le multinazionali tengono botta. La semiperiferia e i sobborghi sono vittime del degrado imperante mentre le strade accolgono cumuli di rifiuti lasciati a marcire un po’ ovunque in seguito ai continui scioperi dei netturbini.

La polizia si fa vedere raramente. Chi ci abita dice che i pattugliamenti sono quasi inesistenti, soprattutto ora che buona parte delle forze di sicurezza è schierata nel city center a presidio delle istituzioni. Atene si lamenta e arranca in un mix di disordine e pigrizia. Qualcuno eccede in piagnistei, altri tirano fuori l’orgoglio, mentre le istituzioni fanno la loro parte e provano a risvegliare un po’ di spirito nazionalistico piazzando centinaia di bandiere in ogni angolo della città. La retorica del “siamo tutti sulla stessa barca” è il leitmotiv nelle dichiarazioni dei leader politici, anche se ormai la gente ascolta digrignando i denti, mastica amaro e sputa rabbia quando può.

Lo spettro del fallimento pratico (dopo quello tecnico) non lascia spazio alla spensieratezza neanche in occasione delle feste nazionali come quella di venerdì 28 ottobre quando scuole e uffici sono rimasti chiusi per celebrare il “giorno del no”, datato 1940, in cui il primo ministro greco rifiutò di lasciar entrare in Grecia le truppe italiane di Benito Mussolini. “C’è poco da festeggiare”, scuote la testa un signore sul marciapiede di Eleftheriou Venizelou mentre osserva la sfilata delle scolaresche e dei boy-scout che marciano in uniforme accompagnati dalla banda. Quest’anno non ci sono le classiche parate militari nè le orgogliose sfilate delle forze armate: le autorità hanno dovuto rinunciarvi a causa di una crisi che, in ogni momento, può riaccendere la rabbia della piazza contro lo Stato.

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