La strada? Quella di Ichino

By Redazione

ottobre 30, 2011 politica

Nella lettera di intenti alla Ue il passaggio che sta suscitando la levata di scudi dei sindacati e delle opposizioni (tutte, pure quelle che rivendicano un atteggiamento “responsabile”) è un’enunciazione generica: «Entro maggio 2012 una nuova regolazione dei licenziamenti per motivi economici nei contratti di lavoro a tempo indeterminato». Per capire come il governo intende attuarla in concreto, e soprattutto se sarà in grado di farlo, bisognerà aspettare, ma lo schema Ichino, a cui venerdì in un intervento telefonico su Canale 5 Berlusconi ha fatto riferimento («la strada è quella del ddl Ichino»), mi sembra il più opportuno da seguire sia nel merito che nel metodo. Nel merito, perché di fatto consente il licenziamento per motivi economici od organizzativi, dietro un indennizzo da corrispondere al lavoratore la cui entità cresce con l’anzianità di servizio, e prevede la trasformazione della cassa integrazione in un sussidio di disoccupazione universale, decrescente nel tempo e condizionato alla disponibilità effettiva del lavoratore a nuove proposte e alla riqualificazione. La flexsecurity di stampo scandinavo, insomma, dove è ovvio che il fattore più delicato per le specificità italiane sta nel sussidio: quello prefigurato da Ichino mi sembra troppo generoso, attraente per entrambe le parti.

Ma è comunque conveniente per il governo e la maggioranza, dal punto di vista politico, procedere su questa strada, perché è una buona riforma ed è la proposta di un senatore e giuslavorista del Pd, sottoscritta da ben 54 senatori dell’opposizione. Come farebbe il Pd a tirarsi indietro e allo stesso tempo a presentarsi come forza di governo ed “europea”? Di «minacce inaccettabili» ai lavoratori parlano Bersani e Fassina e l’ex ministro Pd Cesare Damiano boccia senz’appello non solo la generica enunciazione del governo nella lettera di intenti all’Ue, ma anche le proposte di Ichino. Di Pietro ovviamente alza i toni, parlando di «contenuto pericoloso» e di un «omicidio sociale», ma anche il “moderato” Casini, quando si comincia a parlare di cose concrete, getta la maschera: lo definisce un «patto scellerato» contro il lavoro e a parole si dice a favore di un mercato «più flessibile», ma propone di affidarsi alla concertazione con le parti sociali, che è come chiedere ai tacchini di anticipare il Natale. Non se ne farebbe niente. Vale dunque per tutte le opposizioni, nessuna esclusa, nemmeno i centristi, quello che ha scritto Giuliano Ferrara venerdì su Il Foglio:

«Un giorno deridono il governo perché non avrebbe la fiducia dell’Ue, il giorno dopo insorgono contro il programma di riforme per lo sviluppo concordato in sede europea… Insorgere è facile, prepararsi al governo è difficile. Ma la prima ginnastica è propria di una concezione irresponsabile delle istituzioni, la seconda è un preciso dovere repubblicano per chi ha avuto il mandato di opporsi e di offrire ai cittadini una prospettiva diversa…».

E’ ovvia la risposta di Bersani all’appello di Berlusconi alla responsabilità delle opposizioni: sì sulle proposte su cui conveniamo, no su quelle su cui non conveniamo. Peccato che non è dato sapere quali condividono e quali no, o meglio l’impressione è che stringi stringi non ci sia nulla che condividano, per il solo fatto che a proporle è Berlusconi. Nell’intervista a Il Messaggero, tra l’altro, reiterando la strategia dalemiana di rincorsa dell’Udc, Bersani certifica il fallimento del Pd, quando afferma che «non sto parlando di un’ammucchiata, ma di un incontro tra progressisti e moderati italiani per un patto di legislatura e su una dozzina di riforme da fare per ricostruire l’Italia». Ma come, non doveva essere proprio il Pd «l’incontro tra progressisti e moderati»? La necessità di un’alleanza con l’Udc, a giocare il ruolo della Margherita nell’Ulivo, dimostra che Pd = Pci-Pds-Ds.

Perché mi accanisco sull’opposizione? A giudicare dagli articoli che si leggono negli ultimi giorni non sono l’unico a pre-occuparmi della mancanza di un’alternativa di governo al centrodestra berlusconiano, né sono l’unico a diffidare di governi “tecnici”. «Italy Risks Post-Berlusconi Hangover», era il titolo di un commento di giovedì scorso sul Wall Street Journal di Murdoch:

«Many hope he might be replaced by a technocratic government with the power to make difficult decisions. A bigger risk is that early elections lead to instability and government paralysis. (…) For a technocratic government, the political challenge might be too great. But if the alternative is no government at all, Mr. Berlusconi might be the least-worst option».

E «For Italy, Berlusconi Is a Problem but Also a Solution» è il titolo di un articolo del giorno dopo pubblicato dal New York Times:

«… if there is one thing many Italians fear more than the current government it is the available alternatives».

Intanto, Berlusconi finalmente sembra aver sciolto le riserve sulla futura leadership del Pdl e del centrodestra: primarie. Il candidato premier per il 2013 sarà scelto con le primarie? «Certo, sarà un candidato che sceglieremo con un sistema elettorale sul modello dei partiti americani, che coinvolgono nella scelta della politica tutti i cittadini che desiderano partecipare».

jimmomo.blogspot.com

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