La morte del tiranno

By Redazione

ottobre 30, 2011 Esteri

La morte del tiranno ha sempre qualcosa di assoluto, rappresenta la fine di un mondo. Se poi è violenta, assume l’aspetto di un vero e proprio “punto e a capo della storia”. Insomma, è uno di quei rari momenti in cui la realtà sembra trovare un suo senso, a volte nello stesso momento in cui lo perde. La morte di Gheddafi, in questo, non è stata da meno, anzi è stata da più.

Il nuovo edificio che si sta costruendo in Africa e in Medio Oriente aveva bisogno di una porta d’ingresso da chiudere e sprangare una volta oltrepassata, per non tornare più indietro; l’entrata obbligata dentro la nuova storia che, non è detto, sarà migliore dell’altra. Nel VI secolo a.C., a Mitilene, dopo la morte del tiranno Mirsilo, il poeta Alceo, suo fiero oppositore, cantò la propria gioia con euforia dionisiaca: “Ora, bisogna ubriacarsi. Ora, bisogna che ognuno a forza beva. Mirsilo è morto”. Ma la storia si prende gioco delle intenzioni e poco dopo Alceo dovette fuggire in esilio dal nuovo tiranno Pittaco di cui era stato sostenitore.
Oggi l’Alceo libico non brinda più alla morte del tiranno, si fa fotografare trionfante e spavaldo a fianco del suo corpo martoriato; non compone più versi da lasciare ai posteri ma gira filmati agghiaccianti perché i suoi contemporanei sperimentino la presa diretta con l’odio, la vendetta, il sangue. La morte del tiranno non basta più. Bisogna mostrare la sua paura, la sua solitudine disperata. Attraverso l’orrore delle immagini bisogna chiudere il tempo, il tempo del tiranno.

I media visivi che hanno cambiato la nostra percezione della realtà, ci hanno assicurato il dominio dell’immagine sulla parola. Con esso, siamo entrati nella storia senza più le mediazioni del racconto. Fotografia, cinema, televisione, hanno rappresentato un nuovo tempo narrativo: quello dell’immediatezza. Entrare con l’immagine dentro la morte di un tiranno accentua l’idea di fine del tempo. L’esposizione del suo corpo, una volta limitata a pochi, ora è possesso di tutti. Essa serve ad illuminare la scritta del “game over” e a far capire al popolo che è iniziata una partita nuova. Fu così per il vigliacco spettacolo dei corpi scempiati del Duce e di Claretta, fu così per i corpi crivellati dei coniugi Ceaucescu. Ma nei tempi di internet e dei social media, l’immagine acquista un valore più distruttivo. L’agonia impaurita di Gheddafi trasmessa su You Tube, così come il goffo Saddam Hussein che sale sul patibolo ripreso da un telefonino, servono a umiliare il tiranno, non solo ad ucciderlo. Sconfiggere il suo dis-onore per generare un vuoto, un buco nero sulla sua memoria.

Eppure nel gioco di specchi che ogni immagine produce, si genera a volte un ribaltamento di senso, un rovesciamento del significato: l’orrore visto e non più raccontato produce anche un senso di pietas che mai alcuno avrebbe provato per il tiranno. L’umano che è in noi prende forma laddove si compie il gesto più disumano: la morte di un uomo per mano di un altro uomo. Non a caso, “immagine” racchiude in sé la parola magia. Gli ultimi attimi di Gheddafi, la sua paura, il suo stupore perso, il gesto semplice di pulirsi il sangue dal viso, gli hanno consentito una possibilità di riscatto verso il mondo: tornare un essere umano nello stesso tempo in cui si è chiusa per sempre, con lui, una porta della storia.

La morte di Gheddafi segna così il “punto di non ritorno” della complessa primavera araba. Il rituale perenne del sangue che redime, il rito iniziatico del passaggio da un prima a un dopo. Per coloro che hanno acceso i cambiamenti, questo “punto di non ritorno” non poteva essere rappresentato da un dittatore in fuga (Ben Alì) o da uno in prigione (Mubarak). Ne serviva uno morto da mostrare al mondo per far sapere che nulla sarà più come prima. Il Colonnello era la perfetta e lecita vittima sacrificale, al centro esatto di un incrocio del destino: un dittatore sanguinario che nei suoi 40 anni di potere aveva compiuto crimini contro il suo popolo, commesso atrocità terroristiche e costruito passaggi segreti nel labirinto del potere internazionale.

Il rais non è morto per la pallottola stolta di un ragazzino di 20 anni. E’ morto perché i padroni di questa guerra dovevano chiudere una porta e, nello stesso tempo, consegnare al silenzio uno dei testimoni più imbarazzanti. L’ipocrisia di chi oggi si scandalizza della sua esecuzione è la stessa di chi ha voluto una guerra per difendere le ragioni umanitarie di ribelli libici che a loro volta le violavano contro i loro nemici.
Davanti al massacro dell’Hotel Mahari, dove decine di giovani soldati lealisti, alcuni trascinati lì feriti dal vicino ospedale, sono stati uccisi a sangue freddo con un colpo alla nuca dai ribelli anti-Gheddafi, un medico libico ha posto la domanda al giornalista del New York Times: “che tipo di democrazia può valere tutto questo sangue?”. Già.  Questa domanda ricorre dentro ogni guerra civile. Se la democrazia fosse solo l’eliminazione del tiranno, varrebbe poco combattere per essa. Lo dovrebbero aver capito da tempo i costruttori di nuovi ordini mondiali.

Dell’immagine dell’agonia di Gheddafi, rimane un ammonimento, per tutti: a volte gli uomini che divorano il mondo da esso poi vengono mangiati. I tiranni che rendono la morte un rito collettivo, da oggi hanno visto quanto il mondo può sfamarsi con loro.

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