L’islamizzazione del Maghreb

By Redazione

ottobre 28, 2011 Esteri

Con il senno di poi, che è l’unico per leggere corsi e i ricorsi storici, il discorso di Obama all’Università del Cairo del 4 giugno 2009 è stato il prima via libera non tanto alle rivoluzioni della primavera araba quanto all’islamizzazione di questo incerto autunno. Per questo motivo, adesso, in Egitto, Tunisia e Libia potrebbero essere dolori.

TUNISIA

La vittoria di Ennhada in Italia è stata commentata così dall’associazione dei mussulmani moderati, in gran parte tunisini o marocchini che hanno ampiamente abbracciato lo stile di vita occidentale e che non tornerebbero al medio evo islamico neanche per tutto l’oro del mondo: “C’è qualcuno in Italia che oggi si dice felice per la vittoria di “Ennhada” in Tunisia e dice che tutto si è svolto nella più totale regolarità. Peccato che non veda, o peggio non voglia vedere, quella piazza gremita di laici e moderati che ha protestato a gran voce contro i brogli che hanno permesso a quel partito di vincere”.

Secondo Gamal Bouchaib, autore del comunicato, “chi loda la vittoria di un partito che reintrodurrà il conservatorismo oscurantista in Tunisia, altro non fa se non portare acqua al proprio mulino e sponsorizzare l’attività che svolge in Italia. L’indignazione deriva semmai – prosegue Bouchaib – dal vedere ridotte a poche e scarne righe sui media le citazioni relative ai laici e moderati che hanno urlato in piazza tutta la loro paura di passare dalla padella alla brace, grazie ad una tornata elettorale palesemente falsata da brogli e compravendita di voti. Grazie alla cecità e alla lentezza dell’Europa, la Tunisia sarà condannata a tornare mestamente indietro e non lo dico io, ma la piazza e le donne tunisine e del Maghreb venute in Italia a convegno per parlare di questo alla Camera.” E in effetti anche Domenico Quirico de “La Stampa”, uno dei tre giornalisti finiti ostaggio di ancora non si sa bene chi in Libia, parlava due giorni orsono proprio delle stesse cose: “Gli osservatori internazionali, bontà loro, si sono dichiarati soddisfatti, ma la gente chiedeva a quelli di Ennhada di andarsene dopo le numerose segnalazioni per brogli elettorali.”

La contromossa del partito di Gannouchi dovrebbe essere questa: chiedere a Baji Caid Essebsi, attuale capo di governo di transizione, di fare da primo presidente della repubblica. Come garante della laicità. Un ottantacinquenne della vecchia guardia di Bourguiba usato come foglia di fico insomma.

LIBIA

Il passaggio alla democrazia è tutt’altro che scontato. Anzi l’attuale leader dei cosiddetti ribelli, mentre con la mano sinistra stringeva quella di Cameron e Sarkozy, quelli che lo hanno messo al suo posto attuale, costringendo Gheddafi a trovare la propria “piazzale Loreto ” a Sirte, con la destra scuoteva quella dei tanti preti islamisti della Cirenaica promettendo loro la shar’ia in Costituzione. Missione compiuta quindi “monsieur le president qui croix d’etre Napoleon” e “mission accomplished” anche per il suo collega britannico. Ma se ne riparlerà quando si dovrà discutere sule forniture del petrolio libico.  E, come dice il proverbio, riderà bene chi riderà per ultimo. Intanto bisognerà fare i conti anche con l’Italia che fino a oggi rappresenta il primo esportatore coprendo ben il 17,5 % del loro fabbisogno di mercato, con un interscambio complessivo stimato nel 2010 di circa 12 miliardi di euro.

EGITTO

Ricordava il “Foglio” che “nel 2007 ‘Foreign Affairs’, organo ufficiale dell’establishment americano di politica estera, fece scoppiare un caso pubblicando un saggio di Robert Leiken e Steven Brooke. I due studiosi chiedevano al Dipartimento di stato americano di avviare un dialogo con i ‘Fratelli musulmani’, definiti “moderati”, sulla base della loro “evoluzione non violenta”. La stessa vulgata che in Europa aveva indotto Blair a prendersi come “advisor” al dialogo interreligioso un tipetto come Tariq Ramadan, nipote proprio del fondatore della Fratellanza Hasana al Banna. Leiken e Brooke descrivevano il maggiore gruppo egiziano come una “macchina pragmatica che l’occidente non doveva temere.”

Adesso si sono accorti tutti del tremendo abbaglio preso dopo che a piazza Tahrir hanno fatto l’esame di verginità alle  giovani donne nubili che intendevano parlare, bastonandole in sovrappiù se non si fossero sbrigate a tornarsene a casa. Gli “ikhuan al muslimin”, approfittando delle rivolte studentesche, si sono sovrapposti prima e poi sostituiti a studenti e bloggers tornati nell’ombra. E l’esercito, un tempo fedele a Mubarak, per ora si barcamena ma dopo le elezioni molti si chiedono che tipo di politica terrà con Israele.

E in ballo c’è il Sinai, non una quisquilia. Il trattato di pace che a suo tempo venne stilato con Sadat (presidente ucciso nel 1981 proprio da un complotto dei “Muslim brothers” quando ancora tra loro c’era l’attaule capo di Al Qaeda, Ayman Al Zawahiri, ndr) prevedeva il ritiro da una terra che più biblicamente ebraica di così non era immaginabile, oltre che piena di petrolio. Tutti lodarono la buona fede israeliana, ma se cambiassero le condizioni tra i due paesi confinanti…

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