Che fa Hamas?

By Redazione

ottobre 28, 2011 Esteri

Il profumo del gelsomino si diffonde, ad Est del Nordafrica. Dal dibattito sul ruolo delle donne nella primavera araba, alla necessità di tenere i riflettori accesi sulle loro istanze durante la delicata fase di transizione e costruzione delle anelate democrazie. Tutti temi di cui abbiamo discusso con Bernard Sabella, docente di sociologia all’Università di Betlemme.

“In Europa avrete sicuramente sentito parlare di Tzipi Livni – esordisce Sabella – leader politica israeliana, ma le donne esistono anche da noi in Palestina. Dobbiamo fare delle distinzioni tra le due società: una israeliana ebraica e l’altra palestinese araba. In Israele c’è una diversa conformazione delle istituzioni e un diverso livello di inclusione delle donne. Anche dal punto di vista economico le donne israeliane sono più attive e partecipi della loro controparte palestinese”. Ma ci sono donne, quelle di cui parla Bernard Sabella, come Hanan Ashrawi e Zahira Kamal, che sono da anni in prima linea: l’una già Ministro dell’Istruzione e della Ricerca nel 1996, cristiana e membro esecutivo dell’Olp, oggi a capo del Dipartimento e dell’Informazione, l’altra ex Ministro per gli Affari delle Donne e attuale direttore del Centro di Documentazione e Ricerca delle Donne Palestinesi. Sul fatto se si tratti di una questione di opportunità, di più facile accesso nel mondo ebraico per le donne, Sabella tiene a ribadire che è più una questione di prominence: “Sono molte le palestinesi impegnate nella società civile ma manca loro una certa visibilità. D’altra parte nell’assemblea legislativa palestinese ce ne sono 17 e sono attive, viaggiano, si esprimono, le notizie che le riguardano appaiono nei giornali”.

La Ashravi stessa, commentando l’accordo tra Fatah ed Hamas, ha riconosciuto ai microfoni di Asianews l’importanza della primavera araba: “I movimenti cui abbiamo assistito e assistiamo ancora nel mondo arabo hanno dato una spinta ai giovani e all’opinione pubblica, generato pressioni all’interno di Fatah, Hamas e altre fazioni.” Ma mentre da una parte sono sotto i nostri occhi tutti i rischi dell’illusorietà delle rivoluzioni arabe -basti pensare solo alle dichiarazioni sullo stato sharitico libico e al modo in cui Gheddafi è stato giustiziato- anche il rapporto tra Hamas e Fatah suscita delle perplessità guardando al caso delle liberazione di Shalit.

Il rapporto di 1 a 1027 sul quale è stato impostato lo scambio è poco comprensibile all’opinione pubblica occidentale. Così come il fatto che l’accordo mediato dall’Egitto prevedesse la presenza di esponenti di Fatah, anche se alla fine non è avvenuta. Chiediamo al professor Sabella di aiutarci a capire, in un’ottica interna, le ragioni dello scambio. Sorride: “Si tratta di uno scambio politico e in uno scambio politico non possiamo domandarci il perché.” “Voglio dire – prosegue – che ci sarebbe piaciuto avere tutti i prigionieri palestinesi liberi ma non si tratta di un rapporto numerico, quantitativo, ovvero del dire che la vita di una persona equivale a quella di altre 1027. Israele voleva la liberazione di Shalit, e molti insieme ad Israele. Anche Hamas aveva il suo interesse nell’accumulare capitale politico”. L’invito è a guardare il tutto in termini politici e non in quelli di un “baratto” tra vite umane. Hamas ha bisogno di mostrare che può giocare un ruolo politico, deve migliorare la sua immagine danneggiata dall’opposizione alla richiesta di Abu Mazen di riconoscimento di uno Stato palestinese. Sabella presenta l’accordo come un atto necessario per Hamas, concludendo che “quando si è al potere occorre fare i conti con la praticità delle cose, non con l’ideologia”.

Fingiamo di non sapere che sono stati liberati detenuti accusati di crimini gravi come attentati terroristici e consideriamo ancora possibile un trattato di pace in queste condizioni. Ma anche Sabella è molto pessimista sul punto. Stando al docente di Betlemme Israele non si prepara alla pace: “Mettere fine al conflitto significherebbe smettere di dare motivo a coloro che utilizzano le motivazioni palestinesi a scopi terroristici, ma non penso che Netanhyau sia pronto per questo”. Probabilmente il premier israeliano è dello stesso avviso.

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