The Lady

By Redazione

ottobre 27, 2011 Cultura

“Io ho la sciarpa rossa e quindi ti posso ammazzare”. “The lady”, il film di Luc Besson che ha aperto fuori concorso la sesta edizione del Festival del cinema di Roma, con buona pace del ministro dei Beni culturali Giancarlo Galan che ha tagliato 280mila euro dal budget all’ultimo momento, non è solo una bellissima pellicola e una storia struggente di amore e politica che commuove dalle prime inquadrature. Ma anche il racconto di come finiscono le rivoluzioni tradite: nel sangue. Ieri in Birmania per demerito dei comunisti, oggi in Nord Africa  per colpa degli estremisti islamici. Segnatamente, quella birmana del 1947 che portò il paese all’indipendenza per merito del generale Aung San, il padre della premio Nobel per la pace del 1991 (nonché membro del partito radicale transanazionale), conobbe la svolta omicida  di quelli che portavano la sciarpa o il fazzoletto rosso al collo dopo l’assassinio dell’eroe nazionale birmano, a sangue freddo da parte dei guerriglieri comunisti pagati dai cinesi. Da lì inizia questa epopea dei crimini del comunismo in Birmania. E si può anche capire perché, alla fine della proiezione, il riflesso inconscio del critico dell’Unità e di quello di Hollywood party, compagni di sicura fede ortodossa, sia stato quello di storcere il naso. Fatta la tara alla loro enorme preparazione cinematografica, entrambi hanno mal digerito la cifra forse troppo descrittiva e didascalica della storia di questa donna. Donna cui un regime comunista, ed è bene sottolinearlo più volte, impedì persino di riabbracciare il marito professore di Oxford. Che dopo tante lotte al suo fianco si spense di tumore alla prostata a Londra nel marzo 1999 senza poterla rivedere un’ultima volta.

Il ricatto del regime dei generali, pazzi e superstiziosi (si rivolgevano alle cartomanti in caso di rivolte popolari, e, se i consigli non si rivelavano giusti, le ammazzavano pure), fu questo: “Accomodati se vuoi andare a Londra a trovare tuo marito che sta morendo, ma qui a Rangoon non ci metti più piede”. Ovvero, come togliersi di mezzo così una temibile avversaria politica che nelle uniche elezioni libere che si tennero in Birmania alla fine degli anni ’80 riuscì a vincere 392 seggi su 405. Salvo poi venire costretta sino a tutt’oggi a condurre una vita da sorvegliata speciale. Luc Besson nel film non sta tanto a guardare le sfumature: il regime birmano è peggio di quello di Honecker in Germania Est. Da un lato tutte spie, dappertutto, gente ammazzata come cani da quelli con il fazzoletto rosso al collo, che “ne avevano il diritto”. Dall’altro, la lotta non violenta, gandhiana, radicale di una donna che piegò un regime con gli scioperi della fame. Chiaro che questo tipo di pellicole possono avere i limiti del culto della personalità, magari dell’agiografia. Ma tutto sommato chi se ne frega. Come mettersi a fare distinguo tra i boia generali birmani e la unica grande oppositrice, figlia di un eroe della loro patria, se non si è comunisti sin dentro l’anima?

Forse un’altra cosa che non dev’essere piaciuta ai critici cinematografici che credono ancora nello strutturalismo del linguaggio come unico feticcio da idolatrare, è che il film di Besson è anche una grande storia d’amore. Tra questa donna che deve sacrificare tutto alla causa del proprio popolo e la sua famiglia. Il professore di Oxford Michael Aris e i suoi due figli. I quali finché possono accettano umilmente il ruolo gregario di chi si trova per volontà del destino a fare da comprimario a una delle figure più importanti del secolo nel mondo contemporaneo. Poi, quando l’infame, crudele, regime comunista strapperà questa donna al loro affetto, accetteranno anche la sua lontananza persino nel giorno della morte, pur di non cedere ai ricatti del regime. Una storia di coraggio umano, di eroismo dei sentimenti, oltre che di diritti civili, che forse non piace a chi crede, come i comunisti (e oggi anche i fautori e gli esegeti interessati dell’islamismo geopolitico) che nella vita sia tutto intrigo, compromesso, tradimento e menzogna. “The lady”  è una storia di devozione e di comprensione umana su uno sfondo di agitazione politica che continua ancora oggi.

E non c’è da vergognarsi ad ammettere di essersi commossi già dalle prime scene. Perché la vicenda di Aun San Suu Kyi è anche quella della ricerca esistenziale pacifica di una donna che è al centro del movimento democratico birmano. Le facili accuse di sentimentalismo quindi si riverseranno fatalmente su chi le proferirà: ci si deve vergognare di avere sentimenti democratici, liberali e umani? In genere di avere sentimenti? E’ questa una critica da muovere a Besson e ai suoi bravissimi attori (Michelle Yeoh e David Thewlis)? Bene, si accomodino i critici snob summenzionati e gli altri compagnucci della parrocchietta, ma sappiano di essere una sorta di elite all’incontrario: quella della disonestà intellettuale e ideologica. Lasciando perdere quella morale.

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