Libia, l’imbarazzo dei traditori

By Redazione

ottobre 27, 2011 Esteri

Abbiamo intervistato Souad Sbai, parlamentare del Pdl, di origine marocchina, in prima linea per i diritti delle donne e l’immigrazione, chiedendole di esprimersi sulla primavera araba e soprattutto sulla situazione libica. Una voce femminile che dice la sua. Con la determinazione di chi ha conosciuto l’ingiustizia e non teme prendere posizione sulle cose.

Quali sono impressioni sul futuro prossimo della Libia, dopo i fatti degli ultimi giorni?

Io non vedo futuro per la Libia. È drammatico quello che è successo, e non faceva parte delle prospettive di chi ha iniziato tutta questa rivoluzione. La situazione è molto triste. Nel nuovo scenario non ci sono giovani, non ci sono le donne, manca il nuovo. Ci sono soltanto ex gheddafiani, ex funzionari di regime e sono ancora lì, a gestire la transizione.

Si riferisce al Cnt?

Soprattutto. Posso fare anche nomi e cognomi, Mustafà Jalil & company sono gli ex ministri di Gheddafi, gli esecutori della dittatura. Perciò che cosa può cambiare? Qualche giorno fa abbiamo sentito anche le dichiarazioni rispetto alla volontà di impostare le basi del nuovo stato sul diritto sharitico. È una minaccia? È uno stato sharitico, lo è sempre stato. Questo significa non volere cambiare nulla.

Non c’è speranza in questo senso?

No, ci vorrà altro tempo. Però attraverso il web, soprattutto con i social network possiamo accelerare i tempi di questo processo e dare voce a chi altrimenti non ne avrebbe.

L’opinione pubblica ha un ruolo importante dunque.

Sì, la società civile è chiamata a una larga partecipazione e diffusione di un messaggio di liberazione.

E le istituzioni italiane ed europee?

Occorre ascoltare le donne, per esempio. In Libia non è avvenuto. Le donne sono state portate da una parte all’altra per fare le manifestazioni, questa è una realtà. Si può certamente parlare di una nuova era, anche se a me sembra più una rivoluzione islamica che democratica. Ma accettiamo questo dato di fatto e andiamo avanti. È adesso che comincia la vera resistenza. Ed è sicuro che ci sarà una resistenza, anche da parte di non libici, della società civile, dei politici. Io non gli darò tregua perché sono una donna, perché so che cosa vuol dire quel messaggio: ritorno alla poligamia, alla lapidazione, alla violenza e alle punizioni corporali. Non è ammissibile che questo accada a 70 km dall’Occidente, nella maniera più assoluta.

Quindi la situazione libica è la più grave tra i Paesi della primavera araba?

Anche l’Egitto non è da sottovalutare. La questione egiziana è allo stremo, va tutelata anche economicamente mentre la Libia non ha grossi problemi da questo punto di vista…

Perciò La Libia interessa di più all’Occidente?

Ovviamente. Per questo stiamo zitti, per questo lasciamo fare. Io non amo il politically correct, non fa parte del mio dna. Dico che è vergognoso quello che abbiamo fatto con questa rivoluzione appoggiando i criminali del Cnt. Non posso definirli in un altro modo, sono criminali.

Non si può parlare di missione umanitaria della Nato?

No, c’è stata una guerra ed è stato giusto mandare via un dittatore ma non bisognava mettere al suo posto i suoi collaboratori. Io avrei portato al governo i giovani, le donne, gli imprenditori che sono all’estero. Come non pensare all’ambasciatore libico. È strano che non si vergogni nemmeno un momento, ogni volta che lo vedo mi imbarazza perché i traditori mi imbarazzano. Non si può tradire a quel livello, per il potere, per un estremismo che danneggia la figura femminile.

In sintesi, si tratta di cancellare la vecchia classe dirigente per ricostruire davvero?

Certo, altrimenti non c’è niente di nuovo, non c’è democrazia. In Egitto sono stati arrestati tutti i blogger e nessuno dice nulla. Dov’è finita la voglia di parlare, di manifestare, di fare una campagna, magari attraverso Twitter, contro questa barbarie? Coloro che hanno fatto la rivoluzione, i veri rivoluzionari, sono tutti in galera.

Non sarebbe stato più costruttivo secondo un iter democratico, sottoporre Gheddafi a un processo davanti al Tribunale Internazionale dell’Aia?

È da questo che si vede lo stato della democrazia. Non si può ammazzare una persona in quel modo, con un’esecuzione da bestie, animali, criminali. È stato barbaramente ucciso, ma d’altra parte dai suoi. Questa è stata la sua politica, quello che vediamo è il suo rétroviseur. E comunque Gheddafi sarebbe stato più pericoloso da vivo che da morto, perciò è stato ammazzato.

Souad Sbai ci saluta, confidandoci di essere un po’ tesa perché si sta recando in aula per la discussione sul Burqa…

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