Molta lotta, poco governo

By Redazione

ottobre 26, 2011 politica

L’altro ieri il Presidente della Repubblica ha lanciato un salvagente al governo in apnea. Occorre che l’esecutivo dia risposte concrete all’Europa, ma nessuno deve esimersi dall’addossare all’Italia più responsabilità di quante non ne abbia. Il Colle così ha osservato il suo ruolo di garante nella tutela delle istituzioni del Paese, e ha strizzato l’occhio al Cavaliere. Forse uno degli effetti di come si è chiusa la partita di Bankitalia, con una nomina affatto sgradita, per nome e funzioni, a Napolitano. Certo, se Berlusconi vuole blandire il Quirinale perché gli conceda, in qualche forma, un premio di maggioranza nazionale anche al Senato, servirà accelerare sulla strada di sviluppo e riforme. E farlo in fretta. Ieri il senatore dell’Idv Li Gotti citava fonti parlamentari interne al Pdl secondo le quali le probabilità che il premier si dimetta a gennaio per andare al voto in primavera aumentano di ora in ora. Valutazioni dettate dalla costante picchiata nei sondaggi riservati che si affastellano sulla scrivania di Palazzo Grazioli, e dalla necessità della Lega di risolvere una volta per tutte le behe interne che da troppi mesi ne offuscano l’immagine.

Proprio l’interdizione della Lega sembra aver fatto sbiadire l’ipotesi preferenze, suggerita dal Presidente del Consiglio al congresso del movimento di Scilipoti. Almeno per adesso. Fonti di Palazzo Chigi suggeriscono che il Cavaliere sarebbe stato disposto a mettere la faccia in Europa su un compromesso al ribasso solo in cambio di una considerevole contropartita da parte dei lumbàrd. Che potrebbe essere proprio quella delle preferenze, invise soprattutto al “Cerchio magico” che difende il fortino intorno a Bossi, che teme che le truppe maroniane vincano un’eventuale conta.

Nel frattempo nel pacchetto inviato a Bruxelles, presentato dal premier durante un vertice in serata, è entrata una blanda riforma delle pensioni (tutti a casa non prima dei 67 anni, ma a partire dal 2026), che non andrebbe a toccare l’elettorato più vicino all’età pensionabile, e dunque più soggetto agli umori elettorali. Presente inoltre una riforma del diritto del lavoro, che introdurrebbe il non rivoluzionario concetto di licenziamento con indennizzo per motivi economici, e un piano di dismissioni del patrimonio pubblico per un valore di 5 miliardi di euro.

Proposte che hanno trovato un tiepido incoraggiamento da parte di Mario Draghi, che ha però anche bacchettato il governo per tutte le misure cantierizzate e poi inattuate in questi anni. Il piano presentato all’eurogruppo, unito al Decreto Sviluppo, di cui finalmente si conosce il testo, anche se solo in bozza, sono le principali frecce del Cavaliere per uscire dall’empasse e riuscire ad arrivare al giro di boa di fine d’anno. Nonostante una situazione parlamentare balcanizzata, con la maggioranza che ieri è andata sotto due volte alla Camera e un prolungato parapiglia a causa delle parole con le quali Fini, durante Ballarò, ha chiamato in causa la moglie di Bossi, andata in pensione a 39 anni. “Vada a quel paese” ha chiuso la faccenda in serata il senatùr.

Una situazione che sta rendendo sempre più insofferente l’area dei malpancisti del Pdl. SI parla di una fitta rete di contatti tra Scajola, Pisanu, Formigoni e Alemanno, che guarda interessata anche alle posizioni dei crosettiani. Finché c’è Berlusconi non si muove nessuno, ma quella che si sta provando a cantierizzare è la vera e propria macchina di un partito. Con annessi e, soprattutto, connessi.

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