Il repubblicano democratico

By Redazione

ottobre 26, 2011 Esteri

Strana parabola, quella di David Frum: solo dieci anni fa era lo speech-writer di George W. Bush, quello del discorso sull’ “asse del male”, espressione che fece drizzare il pelo alla sinistra americana (ed europea); oggi, invece, è diventato la bestia nera del Partito Repubblicano, col suo “bastonare” a tempo pieno errori, bugie, peccati dei politici e commentatori della destra americana. Frum è un ebreo canadese immigrato negli States trent’anni fa per studiare ad Harvard e Yale, presto diventato il bambino prodigio del conservatorismo americano: all’inizio degli anni ’90, appena trentenne, sbarca sulle pagine del Wall Street Journal, i suoi libri sono accolti con entusiasmo dai padri nobili della cultura conservative come William F. Buckley. Durante i due mandati di Bush Jr., Frum si è distinto come “falco” in politica estera: favorevole alla guerra in Iraq e ad un maggior avvicinamento tra USA e Israele, contrario alla politica di appeasement nei confronti di Corea del Nord e Iran. Insomma, uno di quei bistrattatissimi neocon, al tempo accusati di essere una sorta di mafia ebraica che progettava il dominio del mondo.

Finita l’esperienza come consulente del Presidente, nel 2003 si trasferisce all’American Enterprise Institute di Washington, il pensatoio che ha ideato la politica estera bushiana. Nel 2007 viene poi assunto da Rudy Giuliani, in corsa per la primarie del Partito Repubblicano, come principale consulente per gli affari di politica estera. E’ in questo periodo che David comincia a bacchettare Bush per le cattive scelte nei rapporti con Iran e Corea del Nord, facendo di Condoleeza Rice il suo principale bersaglio, accusandola di non consultarsi con le altre istituzioni e dunque di seminare zizzania nell’amministrazione. Naufragata (disastrosamente) l’esperienza con Giuliani, Frum si fa sempre più critico verso il Partito: non condivide la scelta di Sarah Palin (ritenuta inadeguata per il compito e mossa esclusivamente dalla ricerca di “fama e denaro”) come Vice Presidente, critica aspramente la campagna elettorale di McCain (la “più diffamatoria nella dell’epoca moderna”) ma soprattutto le ricette per uscire dalla crisi proposte dai repubblicani. L’eterodossia che ne contraddistingue le posizioni durante le presidenziali del 2008 porta alla sua fuoriuscita dalla “National Review”, rivista storica della destra americana. David decide allora di fondare una piattaforma d’opinione sul web, con lo scopo di “costruire una nuova maggioranza”. E’ così che tre anni fa nasceva il “FrumForum”. Due anni dopo abbandona anche la cattedra all’AEI, in polemica con il Presidente dell’Istituto per via della posizione di Frum sulla riforma sanitaria di Barack Obama, ritenuta eccessivamente “possibilista”.

Da qui in poi comincia la sua battaglia, pressoché solitaria, contro il riposizionamento del GOP sulle materie economiche e sociali: “a partire dal 2008, il Partito Repubblicano sembra essere finito in qualche dimensione fuori dal tempo e dallo spazio” accusandolo di voler “abrogare la social security, Medicare e la teoria dell’evoluzione”. Frum è convinto che per uscire dalla crisi sia “meglio la spesa pubblica che nessuna spesa”, una sorta di keynesismo conservatore in opposizione al “laissez-faire” dei padri nobili dell’economia liberale e liberista. Dal punto di vista di Frum, Hayek (al contrario dell’arcinemico Keynes) non dà risposte sul come uscire dalla crisi: alla domanda “cosa dovrebbe fare il governo” risponderebbe “niente!”. Va da sé, dunque, che il bersaglio preferito delle sue critiche sia il Tea Party, il movimento popolare che si batte per lo Stato Minimo, descritto dal cinquantenne opinionista come una marmaglia di ultrasessantenni bianchi della middle class che si trovano di colpo impoveriti e scoprono di essere diventati una minoranza tra le altre.

Seppure sia innegabile che nel movimento antistatalista vi sia qualche eccesso di populismo, la descrizione che ne fa Frum è poco più che una macchietta. Vi sono, tra i politici maggiormente sostenuti dal movimento, uomini di colore (Herman Cain), ispanici (Rubio) e persino indoamericani come Bobby Jindal. Il Tea Party non è altro che “un’infatuazione passeggera”, destinata ad esaurirsi nel breve periodo, il vero problema è che esso ha spostato l’asse del Partito Repubblicano verso destra costringendolo a rinunciare agli unici due modi esistenti per superare una crisi come quella attuale, ovvero il deficit spending (e con lui il “moltiplicatore economico” teorizzato appunto da Keynes) e una politica monetaria espansiva.

La polemica anti liberista di Frum ha toccato il suo apice questa estate, quando, sul suo blog, è arrivato a porre le seguente domanda: se qualcuno, durante il periodo 2000-2011, avesse letto esclusivamente le pagine degli opinionisti del Wall Street Journal, e qualcun altro, nello stesso arco temporale, solo gli editoriali di Paul Krugman “quale dei due lettori sarebbe stato meglio informato sulla realtà dell’attuale crisi economica?”, seguita dalla retorica “è possibile che i nostri avversari avessero ragione?”. Un conservatore che dia ragione a Paul Krugman, il più liberal tra i commentatori di cose economiche degli interi Stati Uniti, è un qualcosa che eufemisticamente si potrebbe definire inconsueto, e costringe a domandarsi se Frum sia effettivamente ancora un conservatore. Infatti, ad inizio ottobre, Michelle Goldberg ha posto la questione sul magazine Tablet sentenziando che Frum “sembra sempre più un democratico”. Alla provocazione il diretto interessato ha risposto con un articolo intitolato “perché sono Repubblicano” -ma che avrebbe potuto benissimo essere “perché non sono ancora un Democratico”- che consiste nell’elenco delle questioni che, per il momento, lo trattengono dal grande balzo a sinistra. Riassumendole potremmo dire che egli si considera un Keynesiano esclusivamente nei periodi di crisi, mentre in anni di benessere economico reputa più adatte le ricette liberiste: ritiene che i democratici siano troppo vicini ai sindacati del settore pubblico; ed infine non condivide la posizione dei progressisti nei confronti di Israele (“sono convinto che il Primo Ministro israeliano sia un giudice migliore, a proposito della sicurezza del proprio Paese, rispetto all’assistente del Segretario di Stato americano con delega al Vicino Oriente. Le amministrazioni democratiche sono spesso sembrate convinte della teoria opposta”).

Insomma, i Repubblicani rimangono il meno peggio, ma Frum stesso ammette che la propria fedeltà al partito potrebbe finire se questo dovesse scegliere come candidato per il 2012 qualcuno “manifestamente incompetente” e convinto della bontà di austerità fiscale e monetaria; se così fosse “vorrà dire che mi perderà”. Il problema è che, per Frum, tutti i candidati alle primarie del prossimo anno (ad eccezione di Mitt Romney) sono “manifestamente incompetenti”: Michelle Bachmann è la paladina del Tea Party, e tanto basta; Herman Cain è privo d’esperienza, inadeguato ed ha una posizione  sull’aborto (“no all’aborto, nessuna eccezione”) incondivisibile persino dalla maggioranza del suo stesso partito; Ron Paul è un sostenitore delle teorie della scuola austriaca in economia e filosofia politica, inoltre è un isolazionista; Perry è “impreparato”, usa un linguaggio religioso che tende ad escludere i non evangelici, ed il suo miracolo texano è “un bluff”. Questo perché l’80% dei posti di lavoro creati in Texas negli ultimi anni, nell’ordine delle centinaia di migliaia ed oltre la metà del totale nazionale, sarebbero stati occupati da non texani, soprattutto messicani immigrati regolarmente e non. Specialmente quest’ultima critica pare un’arrampicata sugli specchi tesa a colpire il maggior competitor del “suo” Romney: i posti di lavoro in più sono stati creati sì o no? Se sì (e lui stesso lo riconosce) non ha senso distinguere sulla nazionalità dei lavoratori. Maggior occupazione vuol dire maggior crescita, ed è di quella che l’America ha bisogno, no?

Tornando a Romney, vale per lui il discorso fatto sulla permanenza nel campo conservatore: è semplicemente la scelta del “meno peggio”. Le motivazioni utilizzate da Frum per giustificare la propria scelta sono la “profonda conoscenza in materia economica e finanziaria” e l’impossibilità da parte dei democratici di dipingerlo come sostenitore del “no soup for you” pensiero. In realtà la seconda è una non motivazione: Frum finge di sostenere Romney perché “inattaccabile” mentre il vero motivo è che egli spera che l’ex governatore del Massachusetts, su questioni quali assistenza sanitaria e sussidi di disoccupazione, si comporti proprio come un democratico (al contrario, perché non sostenere Huntsman per le sue posizioni realiste in politica estera a riparo dalle critiche dei liberal tanto quanto quelle di Romney in materia sociale?). Oltretutto lo stesso Romney ha, in materia economica, lo stesso punto di vista del resto del Partito: il suo piano anticrisi prevede un taglio alle imposte per la classe media, ha più volte sostenuto di essere pronto ad abrogare la riforma sanitaria di Obama al secondo giorno di presidenza, durante gli anni da Governatore ha impostato la propria politica sul raggiungimento del pareggio di bilancio ed è un acerrimo nemico del deficit spending (“lasciare alle future generazioni un debito in continua crescita non è semplicemente una cattiva teoria, ma è moralmente sbagliato”). Certo, Romney appare più moderato e dialogante, ed effettivamente sembra essere il più preparato tra i candidati, ma non ha idee poi così diverse da Paul Ryan e Chris Christie (basta visitare l’homepage del sito di Romney dove campeggia la notizia dell’endorsement del governatore del New Jersey , e Christie non è propriamente un keynesiano).

Molto onestamente, Frum ha riconosciuto di essere oramai in minoranza, nel partito come tra gli opinionisti conservatori; a questa “presa di coscienza” è seguita, lo scorso 12 ottobre, la decisione di abbandonare il programma radiofonico -trasmesso dal network Marketplace- in cui aveva il compito di esporre il punto di vista dei conservatori  sulle maggiori questioni della discussione politica nazionale. Purtroppo per Frum non è detto che a sinistra ci sia spazio per un ex falco dell’Amministrazione Bush.

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