Il pacifismo non è da prima pagina

By Redazione

ottobre 26, 2011 politica

Domenica 23 ottobre è andata in scena la tanto temuta protesta No-Tav. Tanto temuta perché c’era stato il 15 ottobre a Roma, perché i contestatori avevano fatto capire che avrebbero fatto di tutto per entrare nella zona rossa e perché, elemento thrilling finale, era pure stato arrestato un giovane già “beccato” con armi e bagagli e già attivo (negativamente) nella capitale la settimana prima. Le premesse c’erano tutte e neanche i leader del movimento piemontese, come Alberto Perino, lasciavano intravedere spiragli di trattativa più o meno possibili: la zona rossa sarà violata. E giù subito a contare i poliziotti mobilitati, i reparti, i dirigenti Digos; i quotidiani fornivano mappe più o meno interattive, indicando la posizione della “baita No-Tav”, il pericoloso covo di facinorosi armati, pronti da lì a partire in massa come l’esercito di Braveheart.

In realtà il corteo (10-15 mila manifestanti secondo i comitati locali, mille per la Questura ma, a giudicare dalle immagini, mille ci sembrano pochi) si è snodato senza grossi problemi, sfruttando l’arte dell’ironia e della non violenza. Così le armi più utilizzate sono state le forbici portate dalle varie Sore Cesoia presenti in piazza. Il corteo è sceso in Valle deciso e determinato, pronto quasi a tutto, ma a volto scoperto, senza caschi, bastoni o mascheramenti vari. Solo le cesoie. Varcata simbolicamente e senza incidenti la zona rossa (troppi i manifestanti per il cordone delle forze dell’ordine che, completamente circondato, non ha opposto resistenza), il corteo ha deciso di utilizzare il territorio riconquistato organizzando un bel pranzo e un’assemblea, in modo tanto bucolico quanto comunicativo: “questa terra è nostra e non la faremo occupare dagli escavatori”.

Detto che, morfologicamente, i sentieri della Val di Susa non permettevano né di dare fuoco ad automobili lungo il percorso, né di spaccare madonnine, né tanto meno di assaltare le camionette dei carabinieri, annullando quindi l’effetto spettacolare delle devastazioni, è da rilevare come la risonanza mediatica data alla dimostrazione sia stato pressoché nullo. Scorrendo le prime pagine di alcuni quotidiani del 24 ottobre, si può notare come il Corriere della Sera non abbia dedicato nessun tipo di attenzione alla faccenda (ma in basso a sinistra titoli “Alberi malati e le nostre castagne scompaiono). Allo stesso modo Repubblica si è dedicata alla pasta che è “diventata il vero piatto globale”. Ugualmente silente il Sole24 Ore, come pure l’Unità. Il Giornale ha titolato a metà pagina a destra: “In Val di Susa vince lo Stato, i violenti ci restano male”, ignorando che lo Stato non è riuscito ad impedire che i manifestanti potessero entrare nella zona rossa. La Stampa, Piemonte-oriented come sempre, si è orientata su scelte opposte: “La marcia pacifica dei No Tav in Val di Susa”, evitando il commento ma connotando una parte importante dell’oggetto in questione. Domenica scorsa è stata una giornata mediaticamente importante: la morte di Simoncelli a Sepang, il terremoto in Turchia, “l’umiliazione” subita dall’Italia nel duetto Merkel-Sarkozy, l’ultimatum dell’Ue alle nostre politiche economiche. Tutto lecito sicuramente.

Rimane però come un pugno nell’occhio l’aver ignorato una manifestazione fatta di tante idee e che vedeva coinvolto un gruppo di persone che, unite da un interesse geografico, sono riuscite a far capire ciò che volevano senza far danni. Un interesse locale ma anche nazionale, ben definito, che ha portato a trovare delle piattaforme reali, tangibili e condivise: il contrario del nichilismo dimostrato dai facinorosi del 15 ottobre a Roma. Chi ha sfilato in Val di Susa lascia un messaggio importante: manifestare e far sentire le proprie istanze senza violenza è ancora possibile. Peccato però che, quando le voci non diventano violenza, siano in pochi interessati a raccoglierle.

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